FARE IL BENE DI SABATO
(Lc
6,6-11)
Un altro
sabato egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. Ora c’era là un uomo,
che aveva la mano destra inaridita. Gli scribi e i farisei lo osservavano per
vedere se lo guariva di sabato, allo scopo di trovare un capo di accusa contro
di lui. Ma Gesù era a conoscenza dei loro pensieri e disse all’uomo che aveva
la mano inaridita: “Alzati e mettiti nel mezzo! ”. L’uomo, alzatosi, si mise
nel punto indicato. Poi Gesù disse loro: “Domando a voi: È lecito in giorno di
sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla? ”. E
volgendo tutt’intorno lo sguardo su di loro, disse all’uomo: “Stendi la mano!
”. Egli lo fece e la mano guarì. Ma essi furono pieni di rabbia e discutevano
fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
(Lc
13,10-17)
Una volta [Gesù] stava insegnando in una
sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno
spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua
infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava
Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva
operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono
sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e
non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie
forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per
condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata
diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”.
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre
la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
Il
Sabato è il Giorno di Javhé per gli ebrei e la Domenica è il Giorno del Signore
per i cristiani: entrambi giorni di festa in cui ci si astiene da ogni lavoro
produttivo e redditizio per dedicarsi al culto e alle opere caritative.
Gesù non è
né fariseo, né sadduceo, né scriba, né dottore della legge: è nientemeno che il
Figlio di Dio e nello stesso tempo figlio di ebrei: di Maria, secondo la carne,
e di Giuseppe, secondo la legge. A titolo speciale è il Capostipite degli
anawim di Javhè.
Da
buon ebreo, quindi, si recava ogni Sabato alla sinagoga e qualche volta anche
Lui leggeva un brano della Sacra Scrittura e lo commentava. Si faceva allora
grande silenzio per ascoltare la Sua parola così diversa da quella dei rabbini,
così autorevole e incisiva da lasciare tutti stupiti e ammirati (cf Mt 7,29; Mc 1,22); infatti, superava
chiunque in sapienza, chiarezza, fermezza di principi che sempre capovolgevano
la normativa della Legge, ridotta ormai solo a complicata casistica, a esasperante
formalismo. Incisivi e inappellabili i suoi famosi: Sta scritto…ma io vi dico (Mt 5,22)!
Attraverso
il Suo insegnamento voleva aiutare gli ascoltatori a comprendere meglio il fine
della vita, come poter veramente conoscere, amare, lodare e servire Dio Padre, ed
anche interpretare gli stessi avvenimenti che compongono la quotidianità.
Lo
spiegare le Scritture, comunque, non gli impediva intanto di calarsi nel
contesto che lo circondava, così che non gli sfuggiva nulla. Non fu mai un distratto
e il suo parlare non fu mai astratto ma concreto. Il suo sguardo non vagava a
vuoto, ma osservava le persone, delle quali conosceva in profondità:
aspirazioni, bisogni, desideri, ambizioni, malizie, delusioni, infermità, e i
tanti pesi che spesso gravano più sul cuore o sulla psiche che sulle spalle.
Scrutava
i volti e comprendeva chi aveva il cuore ben disposto ad apprendere, chi aveva
fiducia in Lui e chi, invece, era scettico, mal disposto, indifferente,
contrariante, chi addirittura lo interrogava unicamente per metterlo alla
prova (Mt 19,3; Mc 10,2; Lc 11,16; Gv 8,6)
e poterlo accusare.
Gli
occhi di tutti erano puntati su di Lui, e soprattutto da parte dei capi in modo
sfidante, attenti sempre a coglierlo in fallo. Gesù, intanto, scorse un uomo con
una mano inaridita e lo invitò a porsi nel mezzo. Ed ecco la fatidica domanda:
È lecito in giorno di sabato fare del bene o
fare del male, salvare una vita o perderla?
La risposta non giunse
e Lui passò all’azione: immediatamente l’uomo fu guarito. Un’indi-gnata
reazione ruppe l’imbarazzante silenzio, e si consultarono sul come dare una
lezione a quel Gesù apertamente disobbediente alla Legge.
Un
altro Sabato tra i presenti, in silenzioso ascolto, c’era una donna, da 18 anni
molto sofferente, tutta curva, impedita di stare diritta e di muoversi a
proprio agio: uno stato veramente pietoso.
Gesù,
Medico divino, non rimase insensibile al suo caso. Come la vide, la chiamò e con
semplicità le rivolse parole davvero sananti, liberanti: Donna, sei libera
dalla tua infermità! La deformità della tua schiena non ha più presa su di te;
ritorna ad essere una persona normale, rimettiti a camminare a testa eretta.
Le impose le mani e subito si verificò la guarigione.
Tra
il dire e l’agire c’era sempre perfetta sintonia e sempre a beneficio
dell’uomo, sempre portandolo ad una migliore condizione di vita sotto tutti gli
aspetti, sempre ridonandogli intera e integrale la dignità di persona!
Nulla
resta come prima quando si incontra Gesù, quando si incrocia il Suo sguardo!
Poterono
gli astanti, tutti testimoni, non gioire, non lodare Dio per quanto era
accaduto di così sorprendente?
In verità,
molti esplosero in grida di gioia e ringraziarono Dio per tanta benignità. Molti…non
tutti, quindi!
Sì, i
soliti “ligi alla Legge” non riuscirono a condividere la gioia, anzi, proprio
il capo della sinagoga, in loro rappresentanza, sdegnato per quanto Gesù aveva
operato in giorno di Sabato, prese la parola e rivolto alla folla sbraitò:
Ci sono sei giorni in cui si
deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di
sabato!
Il bene è
da essi talmente materializzato che lo fanno rientrare nei lavori servili, manuali,
non permessi di Sabato.
Cosa
poteva mai rispondere la folla, bruscamente inibita di esprimere lo stupore per
il beneficio apportato a quella povera donna sofferente?
Intervenne
Gesù stesso a togliere ogni imbarazzo, a rimettere ordine nelle idee, sentendosi
soprattutto in dovere di fare luce sull’equivoco in cui sempre cadevano quegli osservanti
legali, e replicò all’irosa
precisazione apostrofandoli:
Ipocriti, non scioglie forse, di
sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad
abbeverarsi?. Gli animali, che vi sono stati utili nei sei giorni
lavorativi, anch’essi messi a riposo il Sabato, richiedono ugualmente
attenzione da parte vostra, perciò non vi fate scrupolo in quel giorno di scioglierli
per condurli ad abbeverarsi!
Se tanto è concesso di
Sabato nei confronti degli animali, perché [deduzione ovvia] questa
donna, da 18 anni assetata di salute, non può essere sciolta dai lacci
dell’infermità in giorno di Sabato?.
Il
benessere da procurare ad una persona - sempre con pieno diritto di precedenza
sugli animali - deve far saltare qualsiasi casistica rituale, qualunque
imposizione normativa sull’osservanza sabbatica.
Sei
giorni per lavorare, sta bene! In questi vediamo pure il bene come un
“lavoro”, ma qualifichiamolo bene, distinguiamolo dall’altro! Non è questione
di pura manovalanza l’aiutare una persona, l’assistere un malato, il portargli
soccorso, quanto piuttosto, sempre e prima di tutto, un’attitudine del cuore,
una sensibilità spirituale. Se poi è compiuto da un cristiano, allora va ben
oltre la mera filantropia.
Ogni
tipo di assistenza necessita di un’adeguata competenza professionale, ma molto
più, anche quella stipendiata, di un forte senso umanitario, di attenzione e
prestazione diuturna nello spirito evangelico, in cui emergono la gratuità del
cuore, una buona dose di empatia e quell’innata inclinazione al volontariato,
che riescono persino a porre in second’ordine l’aspetto retributivo pur necessario.
Dove
sta, di che tipo è il beneficio in chi è assistito e in chi assiste, quando il
soccorrere è così altamente qualificato?
Sul piano fisico forse non
si riscontra alcun cambiamento, non avviene alcun miracolo, il malato continua
ad essere paralizzato, deforme…, ma possono verificarsi guarigioni
spirituali: vite interiori prima assopite ora risvegliate e rinvigorite, perché
quando si incontra Cristo si vive decisamente meglio, pur persistendo
l’infermità o altro genere di handicap.
È
nell’intimo che veniamo risanati, è lì che torniamo a star bene, è da lì che
riparte la fiducia nella vita e, cosa ancora più splendida: rinasce una “nuova”
voglia di vivere.
Sto
pensando al Centro Volontari della
Sofferenza, ai Medici senza frontiera,
a tutte quelle vite di Missionari donate a tempo pieno che sanno e vogliono
farsi carico dei forti disagi dei tanti fratelli del Terzo Mondo, come pure
alle tante altre più che lodevoli espressioni di solidarietà umana per alleviare
le svariate forme di invalidità, di incapacità, di impotenza.
È
grazie a Gesù e alla sua Equipe specializzata che la persona malata è rimessa
interiormente in piedi e, stupita lei per prima del ritrovato benessere,
sperimenta tanta gioia, un bisogno immenso di magnificare il divino Primario e
i suoi Assistenti, di essere testimone di quanto si è risvegliato in lei.
Magari può
succedere anche una rinascita di questo tipo: che, cioè, chi sta assistendo può
trovarsi spiritualmente indisposto, acciaccato, febbricitante. Quale la terapia,
allora, per recuperare le forze? Questa, per esempio: non accostare il malato
unicamente con la propria professionalità, ma insieme alla medicina ed altre
prestazioni donare amore, comprensione, speranza anche solo con un semplice,
caldo sorriso…e subito tutt’e due inspiegabilmente si sentiranno in forma, in
costante ripresa, perché una nuova forza li rianima, li invoglia reciprocamente
a dare il meglio di sé e a ringraziarsi a vicenda spontaneamente, senza
forzature.
Come si
ritrova pian piano trasformato dentro anche chi assiste! Ogni giorno di più si
arricchisce veramente perché vi scopre la meravigliosa missione dell’amore per e in nome di Cristo.
Inizialmente può esserne più o meno cosciente, non pensarci,
ma lasciando agire la grazia ne avvertirà tutta l’efficacia e vi aderirà!
Se,
invece, non si gioisce, non si loda, non si ringrazia Dio, è perché si è
rimasti intrappolati nella rete dell’intricata casistica dei farisei. Allora i
conti non tornano perché lo stipendio non basta mai, si vedono solo
incongruenze, esagerazioni…e si grida allo scandalo
davanti a modi di lavorare differenti solo perché migliori in fatto di “qualità”,
di “buon esempio”, di “altruismo” che altri colleghi riescono ad offrire.
Alla
presenza di Gesù i malati spesso “guariscono”; quanti invece che si credono
sani si ammalano ancora di più, come i farisei di quel Sabato nella sinagoga,
testimoni oculari di una guarigione. Anche la loro schiena era così rigidamente
curva sui rotoli della Legge, erano così impuntati sui loro sclerotici princìpi,
da dare evidenti segni di aggravamento, e sebbene fossero di fronte al Medico non gli si accostarono per lasciarsi
guarire.
La
nota frase di Gesù:
Non di solo
pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4),
in questo contesto può essere
parafrasata così:
Non
di solo lavoro vive l’uomo, ma di ogni opera di bene per amore di Dio e del
prossimo.
che la Chiesa nel tempo ha suddiviso in:
§ sette opere di misericordia corporali: dare da magiare agli affamati - dare da bere
agli assetati - vestire gli ignudi - alloggiare i pellegrini - visitare gli
infermi - visitare i carcerati - seppellire i morti.
§ sette opere di misericordia spirituali: consigliare i dubbiosi - insegnare agli
ignoranti -
ammonire i peccatori - consolare gli afflitti - perdonare le offese - sopportare
pazientemente le persone moleste - pregare Dio per i vivi e per i morti.
Nel Vangelo
troviamo altre situazioni di malati che desiderano la guarigione. Ad esempio:
Mc 1,40-42: Venne
a lui un lebbroso: lo supplicava
in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a
compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì (Mt 8,3).
Un’altra
volta rivolgendosi ad un cieco gli chiese: «Che cosa vuoi che io ti faccia?». E l’altro prontamente: «Rabbunì, che io
riabbia la vista!» E Gesù gli
disse: «Va’, la tua fede ti ha
salvato». E subito riacquistò la vista (Mc
10,51-52).
Interessante,
quasi buffa, l’insistente recriminazione dei farisei contro il cieco nato,
guarito da Gesù, fino a protestare: Quest’uomo
non viene da Dio, perché non osserva il sabato (Gv 9,16).
Ugualmente,
al paralitico calato dal tetto, anch’esso guarito da Gesù, dopo averlo
interrogato precisarono senza pietà: È
sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio (Gv 5,10); conclusione: Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva
tali cose di sabato (v. 16).
In
nessun caso, infatti, Gesù si è mai chiesto prima: Un momento! Io ti voglio guarire, ma…oggi che giorno è? Perbacco: è
Sabato. Non si può. Dobbiamo rimandare tutto a domani!!!
Si
comprende perché in altro contesto ha voluto puntualizzare con fermezza:
Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo
per il sabato! (Mc 2,27).
L’immediatezza
di Gesù nell’intervenire è evidente in simili richieste, il beneficio offerto è
subitaneo e spesso elogiando la fede di chi Lo supplica.
Il buon
Samaritano ha soccorso subito il malcapitato lasciato mezzo morto dai briganti…non
è andato prima a sbrigare i suoi urgenti affari per poi tornare sui suoi passi e
prestargli aiuto. No. L’ha visto e ha provveduto all’istante alle sue necessità
(cf Lc 10,33-34).
Il Sacerdote ed il Levita, invece, sono passati oltre per
andare al Tempio a pregare proprio quel Dio che avevano poco prima trascurato
in quell’infelice (vv 31-32). Consigliati
poi da una egoistica prudenza, se ne sono guardati bene dal ripassare per
quella strada, poteva essere ancora là…e avrebbe fatto nuovamente problema alla
loro coscienza!
Anche
a noi Gesù direbbe che davanti al bene da compiere non ci sono altre precedenze
da rispettare: quella diviene la cosa più importante, più impellente, più
inderogabile da compiere.
Per questo
il bene a favore dell’uomo è di tutti i giorni, “soprattutto” il Sabato ebraico
e la Domenica cristiana: giorni questi che offrono maggior disponibilità di
tempo motivato e santificato dal comandamento nuovo e pur antico dell’amore (cf Gv 13,34).
Il
bene deve essere considerato prima di tutto un atto di obbedienza a Dio, un “lavoro
spirituale”, perciò, un’aspirazione dell’animo umano in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio (cf Gn 1,26),
da tradursi, certo, in applicazioni concrete nel senso più materiale del termine.
Questo
“bene” da compiere in nome di Cristo non deve distoglierci dal cercare il “vero
bene” della persona da aiutare, quindi sempre nella verità, non favorendo
ingenuamente l’inganno, ma smascherando con fermezza ogni subdola percezione sempre
possibile.
Il
bene fatto bene ci fa sempre star bene… il bene, invece, che potevamo fare e
non l’abbiamo fatto ci fa più male di qualunque esperienza spiacevole subìta!
Quanti
Santi hanno qualcosa da insegnarci riguardo alla carità, grazie ad un
particolare carisma infuso nelle istituzioni fondate a questo scopo: veri
rivoluzionari della logica egoistica imperante nel loro tempo storico! Valga un
solo nome per tutti: San Vincenzo de’ Paoli!
Suor Josefa priora Benedettine
Suor Josefa priora Benedettine
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