CONSOLATI...CONSOLIAMO!
L'uomo è per sua natura un essere
socievole, quindi il meglio per lui è stare con gli altri, non da solo. Ne
troviamo conferma già nel primo libro della Sacra Scrittura, avallato da
Qoèlet:
Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un
aiuto che gli sia simile (Gn 2,18).
Meglio essere in due che uno solo, perché due
hanno un miglior compenso nella fatica.
Se vengono a cadere, l'uno
rialza l'altro.
Guai a chi e solo: se cade,
non ha nessuno che lo rialzi (Qo 4.9-10).
(aggiungo) "Guai a chi è solo: se è
triste, depresso, non ha nessuno che lo consoli".
Il bene del vivere insieme rimane vero anche oggi,
quantunque, per motivi davvero caratteristici di questo tempo, non poche
persone, giovani soprattutto, lasciano l'ambito familiare e scelgono di vivere
da single. Ma è lo stare con gli altri che fa assaporare tutta la
bellezza e la ricchezza, come bene si esprime il Salmo 132:
Ecco quanto è buono e quanto
è soave che i fratelli vivano insieme! (v. 1 ).
Tuttavia, questa riuscita non è sempre così scontata.
Possono, infatti, sorgere difficoltà, incomprensioni, pregiudizi ed altro, che
vanno ad incrinare i rapporti più belli quali quello coniugale, familiare, di
parentela, amicale, comunitario, parrocchiale, sociale, lavorativo,
associativo, politico.
Il fatto è che ognuno si relaziona con gli altri portatore
della propria positività e negatività. Succede perciò che alle più ottimali
intenzioni si mescolano le più grette passioni e istintività, dovute al
carattere, alle potenzialità di cui uno è più o meno dotato, all'educazione
ricevuta.
La causa principale deriva
- comunque e sempre - dalle
conseguenze del peccato originale che ogni mortale ha ricevuto "in
dote" dai progenitori: ereditario, quindi, di forti tare comportamentali,
e così... il vivere si è fatto più faticoso.
Il lavoro, per esempio, che doveva essere piacevole, è
invece sudato, ostacolato e soprattutto oggi insicuro. È ancora la Genesi a
dame la chiara motivazione:
All'uomo [Dio] disse: «Poiché hai
ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato:
“Non me devi mangiare”, maledetto sia il
suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua
vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore
del tuo volto mangerai il pane: finché tornerai alla terra, perché da essa sei
stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3,17-19).
Effettivamente l'esistenza è seminata di prove,
tribolazioni, peccati, malesseri fisici, psichici, morali, causati da noi o da
altri e in qualche modo divengono altrettante croci che spesso ci trasciniamo dietro
e dentro e ci affliggono non poco. Cito due salmi che sono in questa stessa
linea:
Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
ma quasi tutti sono fatica, dolore:
passano presto e noi ci dileguiamo (SI 89,10).
Si consuma nel dolore la mia vita, i miei
anni passano nel gemito (SI 30,11).
Anche
il salmo 125 richiama questa realtà:
nello stesso tempo, con le sue fasi alternative, si accosta bene al libro del
Qoèlet:
Chi semina nelle lacrime mieterà
con giubilo.
Nell'andare, se
ne va e piange, portando la semente da gettare,
ma nel tornare,
viene con giubilo, portando i suoi covoni (vv. 5-6).
Per parte sua il Qoèlet presenta un elenco di svariate
vicissitudini che ingemmano la vita, per cui a tempi di gioia si susseguono
tempi di dolore, a tempi di incontri tempi di separazioni; a tempi di desideri
tempi di delusioni; a tempi di fede tempi di aridità spirituale; a tempi di
grazia tempi di peccato e cosi via (cf Qo 3-1-8).
Tutto ciò rivela come la psiche umana, e di conseguenza anche l'umore,
sono tanto instabili, fragili, incoerenti, e non tardano a manifestare
conseguenti stati d'animo di intima sofferenza in cui è un incalzare di
angosce, depressioni, paure, disperazioni: avvisaglie di probabili disturbi
psicosomatici, rivelatori appunto dei limiti umani giunti al massimo esaurimento.
Ecco, allora, l’urgente bisogno di lanciare disperati
"SOS" per riuscire a sopravvivere, cercando "sconsolati"
qualche consolazione in un appoggio, uno sfogo, un aiuto su cui poter contare
per trovare la forza di rimanere in piedi, di stare a galla, di non soccombere.
È la fame e sete di felicità a far cercare in tutte le maniere
un po' di consolazione, cioè, quella via d'uscita dalla prova, dalla
sofferenza, dalla disperazione per essere nuovamente sereni, felici.
Ma, a chi chiedere aiuto? Da chi andare?
Anche
in questo caso si potrebbe accostare il detto: Dimmi da chi vuoi essere
consolato e ti dirò chi sei e persino che tipo di consolazione avrai. Meglio
ancora, dirai tu stesso chi sei e quale consolazione desideri.
Se chiediamo consolazione al mondo,
cosa possiamo aspettarci di valido, di bello?
Beh, il mondo ha senz'altro qualcosa
di suo da suggerire: farà di tutto per "cancellare",
"vanificare" ogni presenza di sofferenza e far assaporare subito
"qui e adesso" quella sua gioia inebriante dai mille nomi,
mille vesti, mille esperienze che oggi hanno davvero dell'inverosimile, avendo
raggiunto la più sfrenata stravaganza e illogicità morale, persino con
approvazioni legali.
Quanto il permissivismo ha lavorato con liberalità sulle
coscienze!
E quanti, prestando fede ad accattivanti sirene, iniziano
tali consolanti terapie!
Ciechi e sordi ad ogni altro equilibrato consiglio, anzi,
credendo fortemente (ma di debolezza si tratta) in simili miraggi, vi si
buttano a capo fitto, ritrovandosi ben presto -
l’inganno è sempre ben mascherato -
letteralmente "a terra". Sfiduciati più di prima, si aggrapperanno,
allora, all'ultima àncora di salvezza, all'ultima cupa consolazione... finendo volontariamente
"sottoterra".
La morte, che già spadroneggiava sul loro spirito, può
ora impossessarsi a pieno diritto e con facilità della stessa vita. Ha creduto
di far fare l'identica fine anche all'Uomo-Dio, Cristo Gesù, gettandoglisi
furiosamente addosso per carpirgli la vita e, in un primo momento, ci è
riuscita. Ma - sorpresa! - Lui l'ha clamorosamente sconfitta
risorgendo. Non solo. L' illusa vincitrice, ormai disillusa, si è vista
costretta a restituirgli le stesse vittime, proprio perché da Lui
"riscattate" con il Suo sacrificio redentivo, affinché tornassero a
percorrere l’unica giusta via della consolazione: quella divina.
Andiamo,
allora, a farci consolare da Dio.
Andiamo dallo Spirito
Paraclito (che significa Consolatore).
Andiamo dai Ministri della
Chiesa: uomini che hanno ricevuto da Dio lo specifico mandato di essere consolatori
dei loro fratelli, soprattutto attraverso il Sacramento della Confessione.
Dal libro "Perdono e pace" di Alfred
Wilson, Edizioni Paoline 1956, stralcio
alcune ponderate considerazioni:
[Intervento
di una signora protestante ad una conferenza] «Voi avete detto che la
confessione è molto consolante; io conosco un'amica cattolica, che va alla
confessione con fatica, e non senza un certo affanno; parla di molti cattolici
ai quali la confessione costa la stessa fatica. Come può dunque la confessione
essere consolante, se coloro che si confessano si sentono a quel modo?» A
quella domanda fu risposto così: «Voi avete domandato alla vostra amica come si
sentiva nell'entrare in confessionale; ma non le avete chiesto quale era il suo
stato d'animo nell'uscirne» (p. 6).
I mali del
corpo trovano sollievo e guarigione nell'ospedale, quelli dell'anima nel
confessionale. Nessuno va dal dottore o dal dentista per divertimento. Neppure
a confessarci ci si va per divertirsi. Per la sua stessa natura la confessione
non può essere piacevole. Non è il confessarsi che consola, ma ciò che la
confessione dona all'anima (p. 7).
L'uomo che
ha il cuore in tempesta ha bisogno di sentire le parole del Maestro: «Non
temere... la pace sia con te... io ti assolvo... i tuoi peccati ti sono perdonati...
va' in pace» (p. 14).
[Gesù] ha
preso la pratica della confessione, che è necessità naturale, l'ha facilitata e
l'ha innalzata elevandola alla dignità di sacramento. E ha reso il compito,
inevitabilmente difficile, di confessarsi, il più facile possibile. Noi ci confessiamo
in segreto; possiamo scegliere il sacerdote che vogliamo; al caso possiamo
anche confessarci ad uno che non ci conosce; o ad uno che, probabilmente, non
ci vedrà mai più. Ci confessiamo in segreto ad un uomo che è legato al più
stretto segreto. E ancora, ci confessiamo ad un uomo, che è preparato non solo
ad ascoltarci con tenerezza paterna, ma anche ad istruirci, consigliarci, curarci
(p. 17).
Ottima cosa, allora, poter contare su un buon direttore
spirituale, meglio se è anche confessore!
La grazia sacerdotale lo rende, in effetti, capace di
addentrarsi in certe sofferte situazioni senza esserne coinvolto e convogliare
tutte quelle potenti energie che il dolore stesso genera e palesa per elevarle
a Dio.
Prende tutto quel dolore tra le sue mani consacrate e lo inserisce
nel sacrificio eucaristico in cui Cristo costantemente si offre al Padre in
riparazione dei peccati e per la salvezza di tutti i fratelli.
Qui sta la grandezza del soffrire, perché sarà dal
soffrire e offrirsi di Cristo fino a morire -
mistero che non riusciremo mai abbastanza a sondare - che guarderemo con occhi diversi il nostro soffrire, potrà
placarsi un po’ la foga degli innumerevoli “lamenti”, in quanto prima
del nostro dolore e insieme al nostro dolore c'è il Suo dolore che ci scuote e
ci interpella.
Cosi sorretti e illuminati, possiamo fare questa
consolante scoperta: anche il nostro dolore -
qualunque nome abbia e di qualunque portata sia
- è un mistero esso pure insondabile, e come tale va quindi ancor più
rispettato, accettato, amato, nonostante il perdurare della cruda sofferenza
che fa versare cocenti lacrime.
Possono, allora, continuare a gridare nella mente ed
agitarsi nel cuore i più angoscianti “perché?”,
umanamente comprensibili, ma con una pazienza a tutta prova dobbiamo e possiamo
arrivare a pronunciarli senza la pretesa di avere risposte esaurienti, anzi, a
ciascuno di questi "perché?" non farà riscontro una risposta
verbale, ma…una persona anch'essa crocifissa: Cristo! L'abisso del dolore umano
chiama e tocca l'altro abisso, quello del dolore divino (cf Sl 41,8).
Che lezione ci viene da questa grandiosa verità! Ai
continui “perché?” che ci riguardano in prima persona, cominceremo ad
accostare altri “perché?” che non
riusciremo a tacitare:
- perché anche Lui ha sofferto,
quando poteva evitarlo?
- perché ha accettato di andare
in croce e di morirci sopra?
- perché non si è concesso alcun beneficio per alleviare Se stesso,
quando ha liberato, consolato, guarito, ri-suscitato altri?
Ci ritroviamo
nello stesso stato d'animo di uno dei due ladroni crocifissi insieme a Cristo
sul Golgota (cf
Lc 23,39)!
Non
il mondo, dunque, ma Dio - che nel Figlio
è morto per nostro amore - ci può
consolare, può ridarci speranza, fortificarci nella fede, nel nostro essere
cristiani, può rinvigorire le volontà infiacchite, risvegliare ben altri e alti
ideali.
Sì, è il Figlio di Dio a
realizzare questo stupendo e consolante piano di salvezza attraverso un suo
atto di filiale obbedienza e infinito amore al Padre a favore degli uomini, che
riconosce e abbraccia quali suoi fratelli: perdonati, salvati, consolati.
Il mondo ci butta a terra...
Dio solo - se noi lo vogliamo - ci rialza, ci solleva dal pantano, ci rimette
in cammino. Come dubitare di fronte a queste assicurazioni?:
Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e
segue con amore il suo cammino.
Se cade, non rimane a terra, perché il
Signore lo tiene per mano (Sl 36,23-24).
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto (Sl 144,14).
Il Signore
rialza chi è caduto (Sl 145,8).
Sempre vero e attuale il versetto conclusivo del Salmo 138, a mio giudizio, il migliore dell'intero
salterio:
Signore, vedi se percorro
una via di menzogna e guidami sulla via della vita (v. 24).
Questo versetto è una delle più brevi ed efficaci suppliche
che rivolgiamo a Dio, una formidabile preghiera di liberazione dalle forze del
male che ci attanagliano di continuo.
A Cristo, però, non è bastato aver offerto la vita per
noi suoi amici. Non pienamente soddisfatto, ha compiuto qualcosa di ben più inaudito:
risorto da morte, asceso al cielo, dove è andato a prepararci un posto (cf Gv 14,2), per non lasciarci orfani qui in terra ha escogitato
il modo di restare con noi - a nostra
consolazione - fino alla fine del mondo (cf Mt 28,20) istituendo la Chiesa e i Sacramenti. Dopo il
Battesimo, di vitale importanza sono:
- il Sacramento dell'Eucaristia,
in cui si fa Lui stesso nutrimento quotidiano per la nostra fame e sete
spirituali di ogni giorno;
- il Sacramento della Cresima,
in cui veniamo arricchiti dei sette doni dello Spinto Santo;
- il Sacramento del Perdono, in
cui siamo riaccolti e consolati dal Suo abbraccio misericordioso!
È così che la Grazia ci segue passo passo e ci ottiene la
conversione: frutto meraviglioso di quella consolante e operosa presenza di Dio
in noi che realmente guarisce le ferite del peccato, e noi “consolati” gustiamo
di nuovo quel benessere interiore che ci fa perseveranti nel bene.
Oltre ai Sacramenti, il Signore ci concede ancora altri
doni consolatori: la sua Parola di vita, Maria, sua purissima Madre, la Chiesa
"suo corpo mistico" anch'essa Madre e Maestra, la protezione degli
Angeli e dei Santi: autentici soccorritori e validi consolatori, ai quali Dio
Padre ci ha affidati. Uniti a loro possiamo portare a termine il cammino
terreno, che vediamo sempre insidiato dal male, come dimostrano le parole che
Dio rivolse al serpente nel paradiso terrestre:
Io porrò inimicizia tra te e la
donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa e
tu le insidierai il calcagno (Gn 3,15).
Il Sacramento della Penitenza, in
modo particolare, ci libera dall'amarezza del peccato e ci offre la consolazione
del perdono di Dio in tutta la magnanimità e la gratuità della sua
misericordia.
Al riguardo ecco un'altra citazione
del libro “Perdono e pace”:
Nel
sacramento della confessione il Cristo stesso è il reale sacerdote e
confessore; nella sua capacità di medico divino, Egli perdona i peccati, fa
scorrere la grazia nelle anime, cancella anche le tracce dei peccati passati e
ci da una garanzia di grazie attuali, per le lotte future (p. 17).
Certamente e necessario da parte nostra un'abbondante
dose di umiltà per inginocchiarci davanti a un Suo ministro e confessare le
nostre infedeltà, ma come è solenne e liberatorio il momento in cui egli, uomo
e peccatore come gli altri fratelli, nel nome e con il potere che Cristo gli ha
conferito, stende le mani sul nostro capo e con un segno di croce pronuncia
quelle "davvero tanto consolanti" parole: “Io ti assolvo dai tuoi
peccati, va in pace!”.
Eppure è un Sacramento molto in crisi! A pensare che
farebbe utilmente evitare tante prolungate e costose sedute psicologiche, mai
pienamente in grado di ridonare la pace perduta e la necessaria consolazione
per affrontare il presente e l'avvenire! Così, infatti, si esprime uno
psichiatra protestante nel citato libro:
La
gente viene qui a frotte e paga straordinarie somme di denaro per tentare di
avere ciò che la Chiesa da per niente (p.
22). ... Il fondatore della
Chiesa Cattolica, la Chiesa dalla quale alla fin fine tutte le altre Chiese
derivano, conosceva quanto il genere umano avesse bisogno di pace per la mente
e per il cuore e le istituzioni che oggi si vanno cercando per sollevare la dolorante
umanità era già stata istituita da Lui, gratuita e senza complicazioni (p. 23).
Verissimo! Gesù è il primo Psicologo che conosce il cuore
umano in modo unico e sa curare i malesseri che lo affliggono costantemente.
Per questo ha pensato bene di proporre una Sua terapia istituendo il
Sacramento della Penitenza o, come viene diversamente definito, il Sacramento
del Perdono, della Riconciliazione, della Confessione. Lì veniamo a tutti gli
effetti "consolati", riabilitati, rimessi a nuovo!
Resta
pur vero che a volte nelle pieghe interiori dell'animo umano si annidano tali e
tante complessità da richiedere anche l'intervento dello psicologo o dello
psichiatra, ma la priorità e la fiducia massima va data a quell'aiuto
spirituale che la Madre Chiesa offre, grazie al mandato ricevuto dall'Alto di
legare e di sciogliere (cf Mt 16.19).
Una componente che caratterizza l'esistenza, soprattutto
nei momenti più sofferti, è il pianto, che troviamo anche nel Salterio tra le
tante altre tematiche, cui fa eco quell'altra umanissima e
"sconsolata" domanda: “...fino
a quando, Signore?”; un esempio:
L’anima mia
è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando…? (Sl 6,4).
Il brevissimo Salmo
12, poi, la ripete per ben quattro volte.
Mentre da una parte il pianto rivela tutta l'umana
desolazione e sfinitezza, dall'altra è una preghiera sublime che raggiunge più
in fretta il cuore di Dio.
Rispettando i vari contesti
in cui si manifestano le lacrime, ecco alcuni versetti salmici:
Salmo 6: Sono stremato dai lunghi lamenti, ogni
notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto.
I
miei occhi si consumano nel dolore (vv. 7-8).
Salmo 30: Abbi pietà di me,
Signore, sono nell'affanno,
per
il pianto si struggono i miei occhi, la mia anima, le mie viscere (v. 10).
Salmo 41: Le lacrime sono mio
pane giorno e notte (v. 4).
Dirò a Dio, mia difesa: «Perché mi hai dimenticato?
Perché triste me ne vado oppresso dal nemico?».
Per
l'insulto dei miei avversari sono infrante le mie ossa; essi dicono a me tutto
il giorno: «Dov'è
il tuo Dio?» (vv. 10-11).
Salmo 79:
Signore, tu ci nutri con pane di
lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza (v. 6).
Salmo 101: Di cenere mi nutro come di pane, alla mia bevanda mescolo
il pianto (v. 10).
Salmo 118: Io
piango nella tristezza: sollevami secondo la tua promessa (v. 28).
Sono stanco di soffrire,
Signore, dammi vita secondo la tua parola (v. 107).
Dio sempre ascolta gli insistenti
gridi dell'anima, espressi anche solo con le lacrime, e interviene consolando:
Salmo 17: Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia
gridai al mio Dio:
dal
suo tempio ascoltò la mia voce, al suo orecchio pervenne il mio grido
(v. 7).
Salmo 29: Signore, mio Dio, a
te ho gridato e mi hai guarito (v. 3).
Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia
(v. 6).
Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di
sacco in abito di gioia (v. 12).
Salmo 38: Ascolta la mia
preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie
lacrime (v. 13).
Salmo 41: Perché
ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?
Spera
in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio (v. 12).
Salmo 54: Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno
(v. 23).
Salmo 55: Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli, non sono forse scritte nel
tuo libro? (v. 9).
Salmo 80: Hai gridato a me nell'angoscia e io ti ho liberato (v. 8).
Salmo 93: Quand’ero
oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato (v. 19).
Salmo 114: Mi opprimevano tristezza e angoscia e ho invocato il nome del
Signore (v. 3).
Salmo 141:
Ritorna, anima mia, alla tua pace, poiché
il Signore ti ha beneficato;
egli
mi ha sottratto dalla morte, ha liberato i miei occhi dalle lacrime (vv. 7-8).
Con cuore tutto materno Dio consola i suoi figli che
ricorrono a Lui con cuore sincero ed essi -
solo perché così consolati - possono
consolare i fratelli che chiedono aiuto.
Quanto è vero, allora, l'inno paolino sulla consolazione:
Sia benedetto Dio, Padre del
Signore nostro Gesù Cristo,
Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione,
il quale ci consola in ogni nostra
tribolazione
perché possiamo consolare quelli che
si trovano in qualsiasi genere di afflizione
con la consolazione con cui siamo
consolati noi stessi da Dio (2 Cor 1,3-4).
Suor Josefa priora Benedettine
Suor Josefa priora Benedettine
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