CREDO NELLA VITA ETERNA
 Una volta che Dio ci crea, noi cominciamo a vivere...e a vivere per sempre! La nostra esistenza, dopo l'arco di tempo terreno, sfocerà nell'eternità. Plasmati dalle sue mani (cf Sl 118,73) a Sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26), siamo chiamati a partecipare alla Sua vita divina (cf 1Tm 6,12). In noi è presente questo germe di vita eterna che Dio ci ha trasmesso col soffio del Suo spirito vitale (cf Gn 2,7) e donandoci un'anima immortale.
 É questa consapevolezza di esistere, di intendere, di dialogare, di comunicare con Dio stesso e tra di noi che ci distingue qualitativamente da tutte le altre creature e, a differenza di loro, siamo le uniche creature che sopravvivranno in eterno.
 E allora, perché la morte viene a porre inesorabilmente fine alla vita? Perché ha piena cittadinanza nel nostro vivere? Sì, la morte pone fine alla vita, eppure non è la fine, semplicemente perché proprio il momento della morte coincide con l'inizio della vita eterna; siamo creati per la vita e non per la morte.
 I nostri Progenitori nel paradiso terrestre godevano di moltissimi doni, tra cui l'immortalità; purtroppo, avendo trasgredito alla volontà di Dio, perdettero tanta munificenza, compresa l'immortalità. La morte - che non è né voluta né creata da Dio - è entrata nel mondo a causa del peccato: mera conseguenza appunto del primo peccato di disobbedienza.
 Strutturati di finito (corpo) e d'infinito (anima), è l'anima - quella parte più sublime, spirituale di noi stessi dove Dio creandoci vi ha preso dimora -, che al momento della morte si separa dal corpo, entra nell'eternità e si trova al cospetto di Dio.
 Il corpo, ormai cadavere, è destinato temporaneamente al progressivo disfacimento fino a ritornare in polvere (cf Gn 3,19) . Ma al suono dell'ultima tromba i morti si risveglieranno e usciranno dai sepolcri, allora si avvererà quello che proclamiamo nel Simbolo apostolico: ...ASPETTO LA RISURREZIONE DEI MORTI E LA VITA DEL MONDO CHE VERRÀ. Lo afferma San Paolo: In un istante, in un batter d'occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati (1Cor 15,52). Torneremo ad essere persone ricomposte appieno nelle nostre caratteristiche umane e spirituali e, trasfigurati dalla Grazia purificatrice, abbracceremo quel destino eterno che era già stato riservato all'anima al momento della morte.
 Anima e corpo, che qui in terra avevano gioito, faticato, pregato, ed anche peccato "insieme", alla risurrezione finale si ricongiungeranno per godere, sempre "insieme", la meritata beatitudine o la dannazione eterna. Nella misura in cui sulla terra hanno vissuto nella volontà di Dio o si sono ad essa ribellati, ugualmente "insieme" gusteranno per l'eternità la pace e l'amicizia con Dio, ossia la beatitudine eterna, che ci è stata ottenuta dal sacrificio redentore di Cristo, oppure ne saranno privati. Così rileviamo nel Vangelo: ...verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna (Gv 5,28-29).
 Il segno della redenzione, della salvezza è la risurrezione della carne, e tale risurrezione è l’assicurazione che il peccato è stato perdonato; occorre però che io accolga questo perdono. Sono perdonato, vedo che sono perdonato, perché sono risorto, ma se rifiuto questo amore immenso di Dio misericordioso sarò dannato per sempre. La dannazione nell'inferno altro non è che il trovarsi nello stato di eterna lontananza da Dio in modo irreversibile. Molto eloquente e convincente la parabola del ricco epulone e di Lazzaro (Lc 16,19-31), di cui il versetto 29 è particolarmente attinente: Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.
 La morte potrebbe sopraggiungere improvvisa e trovarci, forse, nel cosciente indurimento di cuore e di volontà, quindi in un rifiuto mantenuto e alimentato fino all'ultimo, ma…chi vorrà farsi così tanto male per tutta l’eternità?
 Molto meglio SAPERE E CREDERE che con il Sacramento del Battesimo per noi si è nuovamente dischiuso il Paradiso e, quantunque durante il corso della vita andranno ad aggiungersi le nostre disobbedienze, SAPERE E CREDERE di avere la possibilità di riconciliarci con Dio attraverso la grazia sacramentale della Confessione. Perciò ora è il tempo favorevole (2Cor 6,2) per volerci e poterci convertire, o più esattamente lasciarci convertire dalla Grazia che, attraverso l'efficacia dei Sacramenti, ci aiuta a compiere il cammino di ritorno a Dio, nella speranza di ottenere la finale beatitudine.
 Ecco le realistiche ed incoraggianti parole che San Benedetto pone all'inizio della sua Regola: Attraverso la fatica laboriosa dell'obbedienza, potrai così ritornare a Colui dal quale ti eri allontanato cedendo alla pigrizia della disobbedienza (Prologo 2).
 Forse dovremmo, con più verità, chiamare questa vita terrena: tempo di preparazione, di prova, di gestazione, di attesa, di vigilanza: tutte definizioni che ci aiutano a non dare nulla per “definitivo” quaggiù. L'abbaglio che prendiamo è quello di dare il medesimo nome e valore di “vita” sia all'esistenza terrena sia all'eternità. Ecco perché allontaniamo il più possibile, se non la realtà, almeno il pensiero della morte, che risuona in noi come FINE DELLA VITA!
È vero, siamo creati per la vita, solo che la vera vita non coincide più, com'era originariamente, all'unica vita avuta in dono. Il disordine del peccato ha introdotto il male della morte e noi abbiamo subìto il contraccolpo della brusca interruzione.
A sanare la frattura è intervenuto direttamente Dio, perché solo Dio, non volendo rinunciare al suo disegno di amore e di vita, attraverso l'incarnazione ha potuto riparare il danno mortale. In una lotta corpo a corpo con la morte distruttrice - che su di Lui ha avuto solo un'apparente vittoria - il Figlio di Dio l'ha sconfitta e ha ridato all'uomo la vita nuova inaugurata con la Sua risurrezione.
 Uniti a Cristo, la morte non ci fa più paura, perché sappiamo per fede che non ci farà cadere fatalmente nel nulla. Consapevoli che questa vita sarà un giorno inghiottita dalla morte, crediamo che subito un'altra vita ci è riservata: “quella vera ed eterna”.
Alla risurrezione di Cristo seguirà la nostra risurrezione: risultato della totale e finale vittoria su tutti i mali che hanno disturbato e segnato profondamente ogni esistenza umana.
 La luce che sprigiona da questa verità diviene forza e coraggio che alimentano la speranza e permettono di accettare con serenità cristiana tutti gli eventi dolorosi che costellano la vita presente, perché sarà anche grazie ad essi che terremo acceso il desiderio delle cose di lassù, punteremo sulle realtà del regno dei cieli dove Cristo ci ha preceduto e ci tiene preparato un posto (cf Gv 14,2-3).
 Il dono dell'immortalità perduto ai primordi del tempo - grazie al Mistero della Redenzione - ci è stato ridonato e noi ne saremo sinceramente grati alla Santissima Trinità per tutta l'eternità.
San Paolo con poche pennellate descrive la sua vita, pregna di questa speranza escatologica:
HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA - HO TERMINATO LA CORSA - HO CONSERVATO LA FEDE.
ORA MI ASPETTA SOLO LA CORONA DI GIUSTIZIA
CHE IL SIGNORE, GIUSTO GIUDICE, MI CONSEGNERÀ IN QUEL GIORNO (2Tm 4,7-8).
Dopo i verbi al passato spicca quell'“ora mi aspetta” che gli fa già pregustare la gloria che l'attende!
 La sua esistenza terrena fu scandita da questi tre tempi: tempo per combattere - tempo per correre - tempo per credere, con una proiezione costante verso l'eternità.
TEMPO PER COMBATTERE
 Come è stato per Cristo, e poi per Paolo, anche noi dobbiamo ingaggiare la buona battaglia:
- all'INTERNO:  -  contro il nostro incontentabile amor proprio con tutte le sue prepotenti esigenze mai soddisfatte e sempre in aumento.
- all'ESTERNO:  -  contro il mondo e le sue svariate produzioni di ingannevoli paradisi terrestri (per cui il paradiso è qui e poi ci attende il nulla) e di teorie marcatamente di morte qualora questi paradisi dovessero deludere e/o svanire.
• Riguardo all'INTERNO Paolo dichiara con decisione: tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù (1Cor 9,27), proprio per combattere le tendenze della carne in rivolta con quelle dello spirito. Con attento realismo descrive questa diuturna tensione interiore:
lo non riesco a capire neppure quello che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti, acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! (Rm 7,15-25).
• Riguardo all'ESTERNO afferma: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra (Ef 6,12).
 Da vero esperto in questo tipo di battaglia, così ci esorta:
-  Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce (Rm 13,12).
-  ...in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta franchezza nelle tribolazioni... con la potenza di Dio: con le armi della giustizia a destra e a sinistra (2Cor 6,7).
-  In realtà, noi viviamo nella carne, ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio (2Cor 10,3-5).
-  Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo (Ef 6,l 1).
-  Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio (Ef 6,13-17).
 Battaglieri in piena azione, ma più che militari S. Paolo ci vuole autentici obiettori di coscienza, in grado, cioè, di fare vero discernimento sul tipo e le modalità di guerra da ingaggiare, corredati di armi e di equipaggiamento adeguati.
TEMPO PER CORRERE
 II che non vuol dire affatto aggiungere stress a stress come tanti forsennati o fare del podismo da mattina a sera. È invece:
-  quel correre della volontà, illuminata dalla Grazia, verso le cose di lassù (Ef 6,13-17).
-  quell'imboccare senza indugio la via del ritorno - quali figli prodighi (cf Lc 15,11-32) - quando assecondiamo la buona ispirazione che ci fa rientrare in noi stessi e possiamo finalmente rialzarci;
-  quel correre deciso per allontanarci dalle tante vie di menzogna, che il mondo ci propone, e imboccare con l'aiuto di Dio l'unica via della vita (cf Sl 138,24);
-  quel correre, come dice Paolo, ma non come chi è senza meta (1Cor 9,26); gli preme, infatti, far conoscere con che intenzione corre: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù (Fil 3,13-14).
 Davvero, da quando fu folgorato da Cristo sulla via di Damasco (cf At 9,3); da quando fu conquistato da Cristo, la sua vita è stata tutta una corsa verso di Lui e la vita eterna.
 Lo testimonierà in ogni occasione: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21). Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3,12).
 A ragione può dichiarare alla fine della vita di aver terminato la corsa! Realmente ha sempre corso: prima da persecutore, con zelo farisaico, alla ricerca di cristiani di ogni età da imprigionare (At 26,9-11); poi, una volta afferrato dalla Grazia, da annunciatore e araldo del Vangelo (2Tim 1,11).
TEMPO PER CREDERE
 Ormai convertito, Paolo può affermava con tutta franchezza: Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Con altrettanta serenità riferisce quanto alcuni vanno dicendo di lui: Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere. E glorificavano Dio a causa mia (Gal 1,23-24).
 Una fede messa sempre a dura prova - in 2Cor 11,23-27 presenta un dettagliato elenco dei più svariati pericoli che ha affrontato nel suo peregrinare missionario - ma sempre lo ha sostenuto e mantenuto fedele a Cristo. Grandiosa la testimonianza che ne da quando si chiede: Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35) . Ed ecco al v. 37 la certezza della sua fede: Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.
 Il "persecutore" è divenuto il "perseguitato" da parte dei suoi correligionari, per i quali desidera sinceramente la salvezza: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne (Rm 9,2-3).
 Esprime ancora questo anelito, quando confessa: Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei. ... Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno (1 Cor 9,19-20.22).
 Tutto ha sopportato, tutto ha ritenuto un nulla: Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede (Fil 3,7-9).
 Se potessimo chiedergli come ha potuto reggere di fronte a così tante contrarietà, avremmo pronta la risposta: So in chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno (2Tm 1,12).
 Ogni affermazione di Paolo dovremmo sentirla nostra, farla nostra e come lui:
- sentirci personalmente raggiunti da Cristo e volerLo raggiungere;
- sopportare ogni tribolazione, ogni fatica, ogni incomprensione per il nome di Cristo;
- ritenere tutto spazzatura al fine di conoscere Cristo e questi crocifisso;
- incidere sulla nostra lapide, alla fine della vita:
Ho combattuto la buona battaglia - ho terminato la corsa - ho conservato la fede.
Ora mi aspetta solo la corona di giustizia
che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno.
 Ci conforti soprattutto l'autorevole e amabile parola di Gesù: Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32).

Suor Josefa priora Benedettine

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