APOSTOLI della DIVINA TENEREZZA
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BENEDIZIONE  DI  SANTA  CHIARA

Il  Signore  vi  benedica  e  vi  protegga

Faccia  risplendere  il  suo  volto  su  di  voi
e  vi  doni  la  sua  misericordia

Rivolga  su  di  voi  il  suo  sguardo  e  vi 
dia  pace

Il  Signore  sia  sempre  con  voi  e  faccia
che  voi  siate  sempre  con  lui


***

S.  CHIARA  d  Assisi  nacque  nel  1193.
Insieme a S. Francesco  fondò  l  Ordine
contemplativo  delle  Clarisse  nel  mona-
stero  di  San  Damiano ,   ove  morì
nel   1253
      



Da: Unknown data agosto 28, 2012 Nessun commento:
 
 
 
Foto di Sara Paladino del 02-05-2012
Da: Unknown data agosto 27, 2012 Nessun commento:
Da: Unknown data agosto 26, 2012 Nessun commento:
Da: Unknown data agosto 26, 2012 Nessun commento:
Messaggio del 2 agosto 2012 (Messaggio straordinario dato a Mirjana)
Cari figli, sono con voi e non mi arrendo. Desidero farvi conoscere mio Figlio. Desidero i miei figli con me nella vita eterna. Desidero che proviate la gioia della pace e che abbiate la salvezza eterna. Prego affinché superiate le debolezze umane. Prego mio Figlio affinché vi doni cuori puri. Cari miei figli, solo cuori puri sanno come portare la croce e sanno come sacrificarsi per tutti quei peccatori che hanno offeso il Padre Celeste e che anche oggi lo offendono ma non l'hanno conosciuto. Prego affinché conosciate la luce della vera fede che viene solo dalla preghiera di cuori puri. Allora tutti coloro che vi sono vicini proveranno l'amore di mio Figlio. Pregate per coloro che mio Figlio ha scelto perche vi guidino sulla via verso la salvezza. Che le vostre labbra siano chiuse ad ogni giudizio. Vi ringrazio.
Da: Unknown data agosto 26, 2012 Nessun commento:
Messaggio del 25 agosto 2012 2012-08-25
Cari figli! Anche oggi con la speranza nel cuore prego per voi e ringrazio l’Altissimo per tutti voi che vivete col cuore i miei messaggi. Ringraziate l’amore di Dio affinché Io possa amare e guidare ciascuno di voi per mezzo del mio Cuore Immacolato anche verso la conversione. Aprite i vostri cuori e decidetevi per la santità e la speranza farà nascere la gioia nei vostri cuori. Grazie per aver risposto alla mia chiamata
Da: Unknown data agosto 26, 2012 Nessun commento:

FARE IL BENE DI SABATO


(Lc 6,6-11)

Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. Ora c’era là un uomo, che aveva la mano destra inaridita. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva di sabato, allo scopo di trovare un capo di accusa contro di lui. Ma Gesù era a conoscenza dei loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano inaridita: “Alzati e mettiti nel mezzo! ”. L’uomo, alzatosi, si mise nel punto indicato. Poi Gesù disse loro: “Domando a voi: È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla? ”. E volgendo tutt’intorno lo sguardo su di loro, disse all’uomo: “Stendi la mano! ”. Egli lo fece e la mano guarì. Ma essi furono pieni di rabbia e discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

(Lc 13,10-17)

Una volta [Gesù] stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.


          Il Sabato è il Giorno di Javhé per gli ebrei e la Domenica è il Giorno del Signore per i cristiani: entrambi giorni di festa in cui ci si astiene da ogni lavoro produttivo e redditizio per dedicarsi al culto e alle opere caritative.

          Gesù non è né fariseo, né sadduceo, né scriba, né dottore della legge: è nientemeno che il Figlio di Dio e nello stesso tempo figlio di ebrei: di Maria, secondo la carne, e di Giuseppe, secondo la legge. A titolo speciale è il Capostipite degli anawim di Javhè.  

          Da buon ebreo, quindi, si recava ogni Sabato alla sinagoga e qualche volta anche Lui leggeva un brano della Sacra Scrittura e lo commentava. Si faceva allora grande silenzio per ascoltare la Sua parola così diversa da quella dei rabbini, così autorevole e incisiva da lasciare tutti stupiti e ammirati (cf Mt 7,29; Mc 1,22); infatti, superava chiunque in sapienza, chiarezza, fermezza di principi che sempre capovolgevano la normativa della Legge, ridotta ormai solo a complicata casistica, a esasperante formalismo. Incisivi e inappellabili i suoi famosi: Sta scritto…ma io vi dico (Mt 5,22)!

          Attraverso il Suo insegnamento voleva aiutare gli ascoltatori a comprendere meglio il fine della vita, come poter veramente conoscere, amare, lodare e servire Dio Padre, ed anche interpretare gli stessi avvenimenti che compongono la quotidianità.

          Lo spiegare le Scritture, comunque, non gli impediva intanto di calarsi nel contesto che lo circondava, così che non gli sfuggiva nulla. Non fu mai un distratto e il suo parlare non fu mai astratto ma concreto. Il suo sguardo non vagava a vuoto, ma osservava le persone, delle quali conosceva in profondità: aspirazioni, bisogni, desideri, ambizioni, malizie, delusioni, infermità, e i tanti pesi che spesso gravano più sul cuore o sulla psiche che sulle spalle.

          Scrutava i volti e comprendeva chi aveva il cuore ben disposto ad apprendere, chi aveva fiducia in Lui e chi, invece, era scettico, mal disposto, indifferente, contrariante, chi addirittura lo interrogava unicamente per metterlo alla prova (Mt 19,3; Mc 10,2; Lc 11,16; Gv 8,6) e poterlo accusare.

          Gli occhi di tutti erano puntati su di Lui, e soprattutto da parte dei capi in modo sfidante, attenti sempre a coglierlo in fallo. Gesù, intanto, scorse un uomo con una mano inaridita e lo invitò a porsi nel mezzo. Ed ecco la fatidica domanda:

È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?

          La risposta non giunse e Lui passò all’azione: immediatamente l’uomo fu guarito. Un’indi-gnata reazione ruppe l’imbarazzante silenzio, e si consultarono sul come dare una lezione a quel Gesù apertamente disobbediente alla Legge.

          Un altro Sabato tra i presenti, in silenzioso ascolto, c’era una donna, da 18 anni molto sofferente, tutta curva, impedita di stare diritta e di muoversi a proprio agio: uno stato veramente pietoso.

          Gesù, Medico divino, non rimase insensibile al suo caso. Come la vide, la chiamò e con semplicità le rivolse parole davvero sananti, liberanti: Donna, sei libera dalla tua infermità! La deformità della tua schiena non ha più presa su di te; ritorna ad essere una persona normale, rimettiti a camminare a testa eretta. Le impose le mani e subito si verificò la guarigione.

          Tra il dire e l’agire c’era sempre perfetta sintonia e sempre a beneficio dell’uomo, sempre portandolo ad una migliore condizione di vita sotto tutti gli aspetti, sempre ridonandogli intera e integrale la dignità di persona!

          Nulla resta come prima quando si incontra Gesù, quando si incrocia il Suo sguardo!

          Poterono gli astanti, tutti testimoni, non gioire, non lodare Dio per quanto era accaduto di così sorprendente?

          In verità, molti esplosero in grida di gioia e ringraziarono Dio per tanta benignità. Molti…non tutti, quindi!

          Sì, i soliti “ligi alla Legge” non riuscirono a condividere la gioia, anzi, proprio il capo della sinagoga, in loro rappresentanza, sdegnato per quanto Gesù aveva operato in giorno di Sabato, prese la parola e rivolto alla folla sbraitò:

Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato!

          Il bene è da essi talmente materializzato che lo fanno rientrare nei lavori servili, manuali, non permessi di Sabato.

          Cosa poteva mai rispondere la folla, bruscamente inibita di esprimere lo stupore per il beneficio apportato a quella povera donna sofferente?

          Intervenne Gesù stesso a togliere ogni imbarazzo, a rimettere ordine nelle idee, sentendosi soprattutto in dovere di fare luce sull’equivoco in cui sempre cadevano quegli osservanti legali, e replicò all’irosa precisazione apostrofandoli:

Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?. Gli animali, che vi sono stati utili nei sei giorni lavorativi, anch’essi messi a riposo il Sabato, richiedono ugualmente attenzione da parte vostra, perciò non vi fate scrupolo in quel giorno di scioglierli per condurli ad abbeverarsi!

Se tanto è concesso di Sabato nei confronti degli animali, perché [deduzione ovvia] questa donna, da 18 anni assetata di salute, non può essere sciolta dai lacci dell’infermità in giorno di Sabato?.

          Il benessere da procurare ad una persona - sempre con pieno diritto di precedenza sugli animali - deve far saltare qualsiasi casistica rituale, qualunque imposizione normativa sull’osservanza sabbatica.

          Sei giorni per lavorare, sta bene! In questi vediamo pure il bene come un “lavoro”, ma qualifichiamolo bene, distinguiamolo dall’altro! Non è questione di pura manovalanza l’aiutare una persona, l’assistere un malato, il portargli soccorso, quanto piuttosto, sempre e prima di tutto, un’attitudine del cuore, una sensibilità spirituale. Se poi è compiuto da un cristiano, allora va ben oltre la mera filantropia.

          Ogni tipo di assistenza necessita di un’adeguata competenza professionale, ma molto più, anche quella stipendiata, di un forte senso umanitario, di attenzione e prestazione diuturna nello spirito evangelico, in cui emergono la gratuità del cuore, una buona dose di empatia e quell’innata inclinazione al volontariato, che riescono persino a porre in second’ordine l’aspetto retributivo pur necessario.

          Dove sta, di che tipo è il beneficio in chi è assistito e in chi assiste, quando il soccorrere è così altamente qualificato?

          Sul piano fisico forse non si riscontra alcun cambiamento, non avviene alcun miracolo, il malato continua ad essere paralizzato, deforme…, ma possono verificarsi guarigioni spirituali: vite interiori prima assopite ora risvegliate e rinvigorite, perché quando si incontra Cristo si vive decisamente meglio, pur persistendo l’infermità o altro genere di handicap.

          È nell’intimo che veniamo risanati, è lì che torniamo a star bene, è da lì che riparte la fiducia nella vita e, cosa ancora più splendida: rinasce una “nuova” voglia di vivere.

          Sto pensando al Centro Volontari della Sofferenza, ai Medici senza frontiera, a tutte quelle vite di Missionari donate a tempo pieno che sanno e vogliono farsi carico dei forti disagi dei tanti fratelli del Terzo Mondo, come pure alle tante altre più che lodevoli espressioni di solidarietà umana per alleviare le svariate forme di invalidità, di incapacità, di impotenza.

          È grazie a Gesù e alla sua Equipe specializzata che la persona malata è rimessa interiormente in piedi e, stupita lei per prima del ritrovato benessere, sperimenta tanta gioia, un bisogno immenso di magnificare il divino Primario e i suoi Assistenti, di essere testimone di quanto si è risvegliato in lei.

          Magari può succedere anche una rinascita di questo tipo: che, cioè, chi sta assistendo può trovarsi spiritualmente indisposto, acciaccato, febbricitante. Quale la terapia, allora, per recuperare le forze? Questa, per esempio: non accostare il malato unicamente con la propria professionalità, ma insieme alla medicina ed altre prestazioni donare amore, comprensione, speranza anche solo con un semplice, caldo sorriso…e subito tutt’e due inspiegabilmente si sentiranno in forma, in costante ripresa, perché una nuova forza li rianima, li invoglia reciprocamente a dare il meglio di sé e a ringraziarsi a vicenda spontaneamente, senza forzature.

          Come si ritrova pian piano trasformato dentro anche chi assiste! Ogni giorno di più si arricchisce veramente perché vi scopre la meravigliosa missione dell’amore per e in nome di Cristo.

Inizialmente può esserne più o meno cosciente, non pensarci, ma lasciando agire la grazia ne avvertirà tutta l’efficacia e vi aderirà!

          Se, invece, non si gioisce, non si loda, non si ringrazia Dio, è perché si è rimasti intrappolati nella rete dell’intricata casistica dei farisei. Allora i conti non tornano perché lo stipendio non basta mai, si vedono solo incongruenze, esagerazioni…e si grida allo scandalo davanti a modi di lavorare differenti solo perché migliori in fatto di “qualità”, di “buon esempio”, di “altruismo” che altri colleghi riescono ad offrire.

          Alla presenza di Gesù i malati spesso “guariscono”; quanti invece che si credono sani si ammalano ancora di più, come i farisei di quel Sabato nella sinagoga, testimoni oculari di una guarigione. Anche la loro schiena era così rigidamente curva sui rotoli della Legge, erano così impuntati sui loro sclerotici princìpi, da dare evidenti segni di aggravamento, e sebbene fossero di fronte al Medico non gli si accostarono per lasciarsi guarire.

          La nota frase di Gesù:

Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Mt 4,4),

in questo contesto può essere parafrasata così:

Non di solo lavoro vive l’uomo, ma di ogni opera di bene per amore di Dio e del prossimo.

che la Chiesa nel tempo ha suddiviso in:

§ sette opere di misericordia corporali:   dare da magiare agli affamati - dare da bere agli assetati - vestire gli ignudi - alloggiare i pellegrini - visitare gli infermi - visitare i carcerati - seppellire i morti.

§ sette opere di misericordia spirituali:   consigliare i dubbiosi - insegnare agli ignoranti - ammonire i peccatori - consolare gli afflitti - perdonare le offese - sopportare pazientemente le persone moleste - pregare Dio per i vivi e per i morti.

          Nel Vangelo troviamo altre situazioni di malati che desiderano la guarigione. Ad esempio:

Mc 1,40-42: Venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì (Mt 8,3).

          Un’altra volta rivolgendosi ad un cieco gli chiese: «Che cosa vuoi che io ti faccia?». E l’altro prontamente: «Rabbunì, che io riabbia la vista!» E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista (Mc 10,51-52).

          Interessante, quasi buffa, l’insistente recriminazione dei farisei contro il cieco nato, guarito da Gesù, fino a protestare: Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato (Gv 9,16).

          Ugualmente, al paralitico calato dal tetto, anch’esso guarito da Gesù, dopo averlo interrogato precisarono senza pietà: È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio (Gv 5,10); conclusione: Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato (v. 16).

          In nessun caso, infatti, Gesù si è mai chiesto prima: Un momento! Io ti voglio guarire, ma…oggi che giorno è? Perbacco: è Sabato. Non si può. Dobbiamo rimandare tutto a domani!!!

          Si comprende perché in altro contesto ha voluto puntualizzare con fermezza:

Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! (Mc 2,27).

          L’immediatezza di Gesù nell’intervenire è evidente in simili richieste, il beneficio offerto è subitaneo e spesso elogiando la fede di chi Lo supplica.

          Il buon Samaritano ha soccorso subito il malcapitato lasciato mezzo morto dai briganti…non è andato prima a sbrigare i suoi urgenti affari per poi tornare sui suoi passi e prestargli aiuto. No. L’ha visto e ha provveduto all’istante alle sue necessità (cf Lc 10,33-34).

Il Sacerdote ed il Levita, invece, sono passati oltre per andare al Tempio a pregare proprio quel Dio che avevano poco prima trascurato in quell’infelice (vv 31-32). Consigliati poi da una egoistica prudenza, se ne sono guardati bene dal ripassare per quella strada, poteva essere ancora là…e avrebbe fatto nuovamente problema alla loro coscienza!

          Anche a noi Gesù direbbe che davanti al bene da compiere non ci sono altre precedenze da rispettare: quella diviene la cosa più importante, più impellente, più inderogabile da compiere.

          Per questo il bene a favore dell’uomo è di tutti i giorni, “soprattutto” il Sabato ebraico e la Domenica cristiana: giorni questi che offrono maggior disponibilità di tempo motivato e santificato dal comandamento nuovo e pur antico dell’amore (cf Gv 13,34).

          Il bene deve essere considerato prima di tutto un atto di obbedienza a Dio, un “lavoro spirituale”, perciò, un’aspirazione dell’animo umano in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio (cf Gn 1,26), da tradursi, certo, in applicazioni concrete nel senso più materiale del termine.

          Questo “bene” da compiere in nome di Cristo non deve distoglierci dal cercare il “vero bene” della persona da aiutare, quindi sempre nella verità, non favorendo ingenuamente l’inganno, ma smascherando con fermezza ogni subdola percezione sempre possibile.

          Il bene fatto bene ci fa sempre star bene… il bene, invece, che potevamo fare e non l’abbiamo fatto ci fa più male di qualunque esperienza spiacevole subìta!

          Quanti Santi hanno qualcosa da insegnarci riguardo alla carità, grazie ad un particolare carisma infuso nelle istituzioni fondate a questo scopo: veri rivoluzionari della logica egoistica imperante nel loro tempo storico! Valga un solo nome per tutti: San Vincenzo de’ Paoli!

Suor Josefa priora Benedettine
Da: Unknown data agosto 25, 2012 Nessun commento:
CREDO NELLA VITA ETERNA
 Una volta che Dio ci crea, noi cominciamo a vivere...e a vivere per sempre! La nostra esistenza, dopo l'arco di tempo terreno, sfocerà nell'eternità. Plasmati dalle sue mani (cf Sl 118,73) a Sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26), siamo chiamati a partecipare alla Sua vita divina (cf 1Tm 6,12). In noi è presente questo germe di vita eterna che Dio ci ha trasmesso col soffio del Suo spirito vitale (cf Gn 2,7) e donandoci un'anima immortale.
 É questa consapevolezza di esistere, di intendere, di dialogare, di comunicare con Dio stesso e tra di noi che ci distingue qualitativamente da tutte le altre creature e, a differenza di loro, siamo le uniche creature che sopravvivranno in eterno.
 E allora, perché la morte viene a porre inesorabilmente fine alla vita? Perché ha piena cittadinanza nel nostro vivere? Sì, la morte pone fine alla vita, eppure non è la fine, semplicemente perché proprio il momento della morte coincide con l'inizio della vita eterna; siamo creati per la vita e non per la morte.
 I nostri Progenitori nel paradiso terrestre godevano di moltissimi doni, tra cui l'immortalità; purtroppo, avendo trasgredito alla volontà di Dio, perdettero tanta munificenza, compresa l'immortalità. La morte - che non è né voluta né creata da Dio - è entrata nel mondo a causa del peccato: mera conseguenza appunto del primo peccato di disobbedienza.
 Strutturati di finito (corpo) e d'infinito (anima), è l'anima - quella parte più sublime, spirituale di noi stessi dove Dio creandoci vi ha preso dimora -, che al momento della morte si separa dal corpo, entra nell'eternità e si trova al cospetto di Dio.
 Il corpo, ormai cadavere, è destinato temporaneamente al progressivo disfacimento fino a ritornare in polvere (cf Gn 3,19) . Ma al suono dell'ultima tromba i morti si risveglieranno e usciranno dai sepolcri, allora si avvererà quello che proclamiamo nel Simbolo apostolico: ...ASPETTO LA RISURREZIONE DEI MORTI E LA VITA DEL MONDO CHE VERRÀ. Lo afferma San Paolo: In un istante, in un batter d'occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati (1Cor 15,52). Torneremo ad essere persone ricomposte appieno nelle nostre caratteristiche umane e spirituali e, trasfigurati dalla Grazia purificatrice, abbracceremo quel destino eterno che era già stato riservato all'anima al momento della morte.
 Anima e corpo, che qui in terra avevano gioito, faticato, pregato, ed anche peccato "insieme", alla risurrezione finale si ricongiungeranno per godere, sempre "insieme", la meritata beatitudine o la dannazione eterna. Nella misura in cui sulla terra hanno vissuto nella volontà di Dio o si sono ad essa ribellati, ugualmente "insieme" gusteranno per l'eternità la pace e l'amicizia con Dio, ossia la beatitudine eterna, che ci è stata ottenuta dal sacrificio redentore di Cristo, oppure ne saranno privati. Così rileviamo nel Vangelo: ...verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna (Gv 5,28-29).
 Il segno della redenzione, della salvezza è la risurrezione della carne, e tale risurrezione è l’assicurazione che il peccato è stato perdonato; occorre però che io accolga questo perdono. Sono perdonato, vedo che sono perdonato, perché sono risorto, ma se rifiuto questo amore immenso di Dio misericordioso sarò dannato per sempre. La dannazione nell'inferno altro non è che il trovarsi nello stato di eterna lontananza da Dio in modo irreversibile. Molto eloquente e convincente la parabola del ricco epulone e di Lazzaro (Lc 16,19-31), di cui il versetto 29 è particolarmente attinente: Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.
 La morte potrebbe sopraggiungere improvvisa e trovarci, forse, nel cosciente indurimento di cuore e di volontà, quindi in un rifiuto mantenuto e alimentato fino all'ultimo, ma…chi vorrà farsi così tanto male per tutta l’eternità?
 Molto meglio SAPERE E CREDERE che con il Sacramento del Battesimo per noi si è nuovamente dischiuso il Paradiso e, quantunque durante il corso della vita andranno ad aggiungersi le nostre disobbedienze, SAPERE E CREDERE di avere la possibilità di riconciliarci con Dio attraverso la grazia sacramentale della Confessione. Perciò ora è il tempo favorevole (2Cor 6,2) per volerci e poterci convertire, o più esattamente lasciarci convertire dalla Grazia che, attraverso l'efficacia dei Sacramenti, ci aiuta a compiere il cammino di ritorno a Dio, nella speranza di ottenere la finale beatitudine.
 Ecco le realistiche ed incoraggianti parole che San Benedetto pone all'inizio della sua Regola: Attraverso la fatica laboriosa dell'obbedienza, potrai così ritornare a Colui dal quale ti eri allontanato cedendo alla pigrizia della disobbedienza (Prologo 2).
 Forse dovremmo, con più verità, chiamare questa vita terrena: tempo di preparazione, di prova, di gestazione, di attesa, di vigilanza: tutte definizioni che ci aiutano a non dare nulla per “definitivo” quaggiù. L'abbaglio che prendiamo è quello di dare il medesimo nome e valore di “vita” sia all'esistenza terrena sia all'eternità. Ecco perché allontaniamo il più possibile, se non la realtà, almeno il pensiero della morte, che risuona in noi come FINE DELLA VITA!
È vero, siamo creati per la vita, solo che la vera vita non coincide più, com'era originariamente, all'unica vita avuta in dono. Il disordine del peccato ha introdotto il male della morte e noi abbiamo subìto il contraccolpo della brusca interruzione.
A sanare la frattura è intervenuto direttamente Dio, perché solo Dio, non volendo rinunciare al suo disegno di amore e di vita, attraverso l'incarnazione ha potuto riparare il danno mortale. In una lotta corpo a corpo con la morte distruttrice - che su di Lui ha avuto solo un'apparente vittoria - il Figlio di Dio l'ha sconfitta e ha ridato all'uomo la vita nuova inaugurata con la Sua risurrezione.
 Uniti a Cristo, la morte non ci fa più paura, perché sappiamo per fede che non ci farà cadere fatalmente nel nulla. Consapevoli che questa vita sarà un giorno inghiottita dalla morte, crediamo che subito un'altra vita ci è riservata: “quella vera ed eterna”.
Alla risurrezione di Cristo seguirà la nostra risurrezione: risultato della totale e finale vittoria su tutti i mali che hanno disturbato e segnato profondamente ogni esistenza umana.
 La luce che sprigiona da questa verità diviene forza e coraggio che alimentano la speranza e permettono di accettare con serenità cristiana tutti gli eventi dolorosi che costellano la vita presente, perché sarà anche grazie ad essi che terremo acceso il desiderio delle cose di lassù, punteremo sulle realtà del regno dei cieli dove Cristo ci ha preceduto e ci tiene preparato un posto (cf Gv 14,2-3).
 Il dono dell'immortalità perduto ai primordi del tempo - grazie al Mistero della Redenzione - ci è stato ridonato e noi ne saremo sinceramente grati alla Santissima Trinità per tutta l'eternità.
San Paolo con poche pennellate descrive la sua vita, pregna di questa speranza escatologica:
HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA - HO TERMINATO LA CORSA - HO CONSERVATO LA FEDE.
ORA MI ASPETTA SOLO LA CORONA DI GIUSTIZIA
CHE IL SIGNORE, GIUSTO GIUDICE, MI CONSEGNERÀ IN QUEL GIORNO (2Tm 4,7-8).
Dopo i verbi al passato spicca quell'“ora mi aspetta” che gli fa già pregustare la gloria che l'attende!
 La sua esistenza terrena fu scandita da questi tre tempi: tempo per combattere - tempo per correre - tempo per credere, con una proiezione costante verso l'eternità.
TEMPO PER COMBATTERE
 Come è stato per Cristo, e poi per Paolo, anche noi dobbiamo ingaggiare la buona battaglia:
- all'INTERNO:  -  contro il nostro incontentabile amor proprio con tutte le sue prepotenti esigenze mai soddisfatte e sempre in aumento.
- all'ESTERNO:  -  contro il mondo e le sue svariate produzioni di ingannevoli paradisi terrestri (per cui il paradiso è qui e poi ci attende il nulla) e di teorie marcatamente di morte qualora questi paradisi dovessero deludere e/o svanire.
• Riguardo all'INTERNO Paolo dichiara con decisione: tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù (1Cor 9,27), proprio per combattere le tendenze della carne in rivolta con quelle dello spirito. Con attento realismo descrive questa diuturna tensione interiore:
lo non riesco a capire neppure quello che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti, acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! (Rm 7,15-25).
• Riguardo all'ESTERNO afferma: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra (Ef 6,12).
 Da vero esperto in questo tipo di battaglia, così ci esorta:
-  Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce (Rm 13,12).
-  ...in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta franchezza nelle tribolazioni... con la potenza di Dio: con le armi della giustizia a destra e a sinistra (2Cor 6,7).
-  In realtà, noi viviamo nella carne, ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio (2Cor 10,3-5).
-  Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo (Ef 6,l 1).
-  Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio (Ef 6,13-17).
 Battaglieri in piena azione, ma più che militari S. Paolo ci vuole autentici obiettori di coscienza, in grado, cioè, di fare vero discernimento sul tipo e le modalità di guerra da ingaggiare, corredati di armi e di equipaggiamento adeguati.
TEMPO PER CORRERE
 II che non vuol dire affatto aggiungere stress a stress come tanti forsennati o fare del podismo da mattina a sera. È invece:
-  quel correre della volontà, illuminata dalla Grazia, verso le cose di lassù (Ef 6,13-17).
-  quell'imboccare senza indugio la via del ritorno - quali figli prodighi (cf Lc 15,11-32) - quando assecondiamo la buona ispirazione che ci fa rientrare in noi stessi e possiamo finalmente rialzarci;
-  quel correre deciso per allontanarci dalle tante vie di menzogna, che il mondo ci propone, e imboccare con l'aiuto di Dio l'unica via della vita (cf Sl 138,24);
-  quel correre, come dice Paolo, ma non come chi è senza meta (1Cor 9,26); gli preme, infatti, far conoscere con che intenzione corre: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù (Fil 3,13-14).
 Davvero, da quando fu folgorato da Cristo sulla via di Damasco (cf At 9,3); da quando fu conquistato da Cristo, la sua vita è stata tutta una corsa verso di Lui e la vita eterna.
 Lo testimonierà in ogni occasione: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21). Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3,12).
 A ragione può dichiarare alla fine della vita di aver terminato la corsa! Realmente ha sempre corso: prima da persecutore, con zelo farisaico, alla ricerca di cristiani di ogni età da imprigionare (At 26,9-11); poi, una volta afferrato dalla Grazia, da annunciatore e araldo del Vangelo (2Tim 1,11).
TEMPO PER CREDERE
 Ormai convertito, Paolo può affermava con tutta franchezza: Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Con altrettanta serenità riferisce quanto alcuni vanno dicendo di lui: Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere. E glorificavano Dio a causa mia (Gal 1,23-24).
 Una fede messa sempre a dura prova - in 2Cor 11,23-27 presenta un dettagliato elenco dei più svariati pericoli che ha affrontato nel suo peregrinare missionario - ma sempre lo ha sostenuto e mantenuto fedele a Cristo. Grandiosa la testimonianza che ne da quando si chiede: Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35) . Ed ecco al v. 37 la certezza della sua fede: Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.
 Il "persecutore" è divenuto il "perseguitato" da parte dei suoi correligionari, per i quali desidera sinceramente la salvezza: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne (Rm 9,2-3).
 Esprime ancora questo anelito, quando confessa: Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnare il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei. ... Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno (1 Cor 9,19-20.22).
 Tutto ha sopportato, tutto ha ritenuto un nulla: Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede (Fil 3,7-9).
 Se potessimo chiedergli come ha potuto reggere di fronte a così tante contrarietà, avremmo pronta la risposta: So in chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno (2Tm 1,12).
 Ogni affermazione di Paolo dovremmo sentirla nostra, farla nostra e come lui:
- sentirci personalmente raggiunti da Cristo e volerLo raggiungere;
- sopportare ogni tribolazione, ogni fatica, ogni incomprensione per il nome di Cristo;
- ritenere tutto spazzatura al fine di conoscere Cristo e questi crocifisso;
- incidere sulla nostra lapide, alla fine della vita:
Ho combattuto la buona battaglia - ho terminato la corsa - ho conservato la fede.
Ora mi aspetta solo la corona di giustizia
che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno.
 Ci conforti soprattutto l'autorevole e amabile parola di Gesù: Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32).

Suor Josefa priora Benedettine

Da: Unknown data agosto 04, 2012 Nessun commento:

VENIRE - RIMANERE - ANDARE



         Tre verbi, che si potrebbero definire liturgici, citati costantemente nella Sacra Scrittura e che coinvolgono sia Dio che l’uomo. A volte è Dio a rivolgerli all’uomo, a volte l’uomo a rivolgerli a Dio; alcune volte si trovano separati, altre volte si rincorrono.

         Già la domanda di Dio ad Adamo: “Dove sei?” (Gn 3,9). Perché non sei dove ti ho sempre incontrato, ma altrove? fa capire che non si è verificato il consueto incontro: quel venire reciproco, visto anche come un andare uno verso l’altro.

         Adamo ed Eva non sono lì perché sono andati a nascondersi e quando Dio li trova (non perché non sa dove sono, ma chiede a loro se sanno dove sono andati a finire), la situazione è radicalmente cambiata in peggio. Ai castighi riservati a ciascuno, si aggiunge la cacciata-andata dal paradiso terrestre con la promessa, però, che sarebbe arrivata la salvezza.



         La lunga storia della salvezza, portata avanti con Noè, Abramo, Mosè, i Giudici e tutti i Profeti dice infatti la volontà di Dio di salvare il suo popolo e tutti gli uomini.

         A ognuno dei Profeti comanda in vari modi: “Alzati e va’ dal mio popolo” - “non temerli, ma fa udire le mie parole” - “ti ascoltino o non ti ascoltino” - “parla in mio nome” - “sarai per loro un segno”.

         Quell’andare dei Profeti farà iniziare agli israeliti il faticoso cammino di ritorno verso Dio. Infatti, ai divini instancabili vieni-venite, seguirà il loro andare-ritornare, pur fra innumerevoli titubanze, ripensamenti, provocazioni, resistenze.



         Dio sa di essere il solo vero bene dell’uomo, perciò non si arrende di fronte alla sua “dura cervice”, sa pazientare, sa attendere, sa vivere il Suo Tempo di Avvento, perché sa sperare nel ritorno e poter finalmente rimanere insieme, uno fedele all’altro, nonostante tutto!

         Ne è convinto anche il Salmista che afferma:

-   “Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio ho posto il mio rifugio” (Sal 73,28).

-   “Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove,

     stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi” (Sal 84,11).

        

         Per parte sua Dio accelera i tempi della pacificazione con l’umanità operando l’ineffabile mistero della Incarnazione: viene Lui stesso fra gli uomini affinché anche loro possano andare da Lui, meglio, venire a Lui.

         Un venire di Dio che esprime la volontà di rimanere con gli uomini, confermato in varie circostanze da Gesù. Alcune citazioni:

-   “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21).

-   “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui” (Gv 6,56).

-   “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

-   “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,29).

         Questi Suoi diversi modi di stare li realizza soprattutto istituendo l’Eucaristia prima di lasciare questo mondo per fare ritorno al Padre e a maggior ragione dopo.

         Aveva predetto: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

         Senza troppe forzature, all’innalzamento sulla croce possiamo accostare quello del tabernacolo o dell’esposizione dell’ostensorio.

         Anche durante la Messa, dopo le parole consacratorie, il Sacerdote eleva per qualche istante l’ostia ed il calice ed i fedeli ne restano attratti in silenziosa adorazione.

         Per chi può, la giornata trascorre prolungando gli effetti della celebrazione eucaristica con la preghiera liturgica, corale per le comunità monastiche, e con momenti di adorazione: tempi propizi perché favoriscono il reciproco rimanere di Gesù e nostro.

         Ogni mistero della vita di Gesù che celebriamo lungo l’anno liturgico, scaturisce ed è illuminato dal grande mistero pasquale che comprende: passione-morte-risurrezione-ascensione, ma tutto prende il via dall’incarnazione del Verbo, quindi dal Natale. In effetti è quest’ultimo - preceduto e preparato dal Tempo di Avvento - che segna l’inizio del rimanere di Dio con noi, l’Emanuele, appunto.

         Durante la Sua vita terrena, non solo raggiunge le folle e le istruisce, ma piano piano si attornia di discepoli e tra questi sceglierà e chiamerà a Sé i dodici apostoli perché rimagano con Lui, ascoltino più intimamente le Sue parole, comprendano il significato delle parabole del Regno, della Misericordia, del Perdono, della Giustizia.

         Il Suo parlare è sempre così illuminante che, anche se per altri a volte appare duro e Lo abbandonano, Pietro alla domanda se anch’essi volessero andarsene, risponde prontamente:

“Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).

         Lo Spirito Santo ha fatto comprendere che è bene per loro stare con Lui, alla Sua scuola e apprendere sia attraverso gli insegnamenti che dall’esempio, secondo la nuova Legge che va promulgando con chiarezza e autorità.



         Lo stare con Gesù è però destinato a divenire un andare, perché li va preparando proprio a questa missione: annunciare la Buona Novella, far conoscere l’amore trinitario, sapere di essere diventati figli di Dio Padre per adozione.

         Così, mentre Lui si limita ad evangelizzare entro i confini della Palestina o poco più in là, gli apostoli, inizieranno da Gerusalemme per giungere fino ai confini della terra, grazie al “mandato” che tramanderanno ai loro successori.



         Quando, infine, giungerà l’ “Ora” suprema della redenzione, di passare da questo mondo al Padre, Gesù vuole confortare loro e noi con una promessa tutta di cielo:

“Vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto,

ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14,2-3).

          La prima promessa di salvezza, annunciata da Dio ai primordi della storia umana, è mantenuta; infatti l’uomo (l’Adamo di tutti i tempi) capisce sempre di più che quello stesso amore che aveva spinto Dio a chiedergli: “dove sei?”, ora porta lui a scoprire “dove sarà”.

          Cacciato allora dal paradiso terrestre, gli è riservato ora un posto nel paradiso eterno, in quanto del tutto risanato e riconciliato per misericordiosa iniziativa divina.

          Ciò comporta, però, per ciascuno un serio impegno a vivere già ora affettivamente ed effettivamente in unione a Gesù, secondo le Sue benevole ammonizioni:

-   “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31).

-   “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me” (Gv 15,4).

-   “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

-   “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Mt 12,30).

          Gesù è venuto , è rimasto, è andato!

          Anche noi siamo venuti da Dio, ove eravamo presenti nel Suo seno nell’iniziale condizione esistenziale.

          andiamo a Dio, mentre siamo in movimento in questo tempo terreno nell’alternarsi del venire con il rimanere e l’andare verso i fratelli.

          Per stare con Dio, stabili nell’eternità, finalmente arrivati a Casa, occupando quel “posto escatologico”, come ci aveva promesso il Figlio suo, e là stare tutti insieme per sempre.



          A riprova del voler rimanere di Gesù con noi anche attraverso le Sue parole, abbiamo la forte testimonianza degli Evangelisti sinottici che offrono l’inconfutabile assicurazione:

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35 - Mc 13,21 - Lc 21,33).

Se con l’aiuto della Grazia sappiamo metterle in pratica, allora siamo già nell’eternità.

          Quanto vera allora l’affermazione di Pietro, che doverosamente vogliamo far nostra:

“Signore, da chi andremo?. Tu solo hai parole di vita eterna”


           Viviamo questo “oggi liturgico” all’insegna dell’Avvento - Tempo di attesa -, caratterizzato da un di-venire quotidiano che conduce sicuramente verso il compimento definitivo della storia umana di ciascuno, immettendolo nella stabilità dell’eterno presente
Suor Josefa priora Benedettine
Da: Unknown data agosto 03, 2012 Nessun commento:

LA PACE



          Questa benefica parola “pace” è antica e pur sempre nuova. È pronunciata in ogni ambito: da quello religioso a quello politico e sociale. È pregata in ogni religione. È auspicata in ogni nazione.

          La Liturgia del Primo Giorno dell’Anno ci offre nella Prima Lettura la solenne benedizione di Dio sull’amato popolo d’Israele, riportata nel Libro dei Numeri:

                                 Ti benedica il Signore e ti protegga.

                                 Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio.

                                 Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace.

                                 Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò” (6,24-27).

Il pio israelita e il cristiano la chiedono nei salmi, negli inni, nelle suppliche penitenziali e nelle varie intenzioni liturgiche.

            C’è la pace che assurge a beatitudine declamata da Gesù stesso: Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).

          Nel donarla ai Suoi discepoli, ci terrà a precisare che la “sua” non è come quella che dà il mondo: Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io la do a voi (Gv 14,27); e aggiunge: In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi (Lc 10,5-6).

          Quando risorto appare agli apostoli, nel rivolgere il saluto non ha di meglio da augurare che: Pace a voi! (Gv 20,21); sapeva infatti quanto erano in preda alla paura, davvero in uno smarrimento tale che li lasciava senza pace. Non ha fatto un solo cenno alla loro totale debolezza conclusasi con la fuga il Giovedì precedente nell’Orto degli ulivi. Non li ha apostrofati, come fece in un’altra occasione: Uomini di poca fede (Mt 8,26) oppure, come ai discepoli di Emmaus: Stolti e tardi di cuore… (Lc 24,25). No, ha donato quello di cui in quel momento avevano veramente bisogno: la sua pace!

          C’è la pace francescana, desiderata e proclamata da San Francesco tanto da farne il suo motto e saluto: “pace e bene” che i suoi figli continuano a donare con gioiosa umiltà evangelica a quanti incontrano.

          C’è la pace benedettina, con cui i figli di San Benedetto accolgono gli ospiti, i poveri e i pellegrini che giungono alle loro abbazie e monasteri. Leggiamo nella Santa Regola:

Il Signore, cercandosi il suo operaio tra la moltitudine del popolo cui rivolge un appello, di nuovo dice: C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene? Se, all’udirlo, tu rispondi: Io, così ti soggiunge il Signore [citando il Salmo 33]: Se vuoi avere la vera ed eterna vita, preserva la tua lingua dal male, le tue labbra da parole bugiarde; sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila (Prologo, 14-17).

Nello scorrere della vita comunitaria possono presentarsi situazioni difficili, anche incresciose. Al fine di salvaguardare la pace, San Benedetto si premura di togliere quegli ostacoli che possono insediarsi nel cuore del monaco e fargli perdere questo bene prezioso. Tra i tanti strumenti che elenca nel cap. IV della Regola, intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, gliene offre alcuni molto efficaci quanto pratici:

                 Non dare pace falsa (n. 25).

                      Tornare in pace, prima che tramonti il sole, con chi è in discordia con noi  (n. 73).

          pace, quindi, che è dono di Dio, ma anche frutto dell’impegno di monaci e oblati - come pure di ogni cristiano - i quali - col divino aiuto (cf RB, cap. 1,5) - accettano quanto dispone o permette la Sua provvidente Volontà, si lasciano smussare dalle vicende della vita, e, solo in una visuale di fede, cioè, di abbandono e fiducia in Lui, riescono a perseverare fino alla fine (Prologo, 50): fine che coinciderà con l’i-nizio dell’eterno presente. Ogni “oggi” terreno, così vissuto, si immette già in quello eterno, dove l’amore e la pace, la gioia e la giustizia si abbracceranno per sempre (cf Sal 85,11).  

          Anni fa ad una Consorella Clarissa avevo donato una piccola Regola benedettina con questa dedica “franco-benedettina”: pace e bene nell’ora et labora! Quattro paroline tanto semplici ma altrettanto grandi perché racchiudono un programma di vita che coinvolge in modo particolare l’intera esistenza di una Claustrale: preghiera, lavoro e offerta di sé, secondo il carisma del proprio fondatore, unicamente per la gloria di Dio e per la pace e il bene di tutti i fratelli.

           

          C’è pure la pace artificiale che, però, riserva ai suoi aderenti l’amaro sapore del menefreghismo, del lasciar fare agli altri, appunto, ed essere lasciati “in pace”, del “non casciarsela” per nulla e per nessuno…e così via. Che inutile e infruttuoso logorio di energie per alimentare questa subdola pace!

          C’è la pace del mondo che fa ripiegare egoisticamente su di sé, all’occorrenza sfruttando gli altri a proprio uso e consumo. L’egoista non è altro che un altruista con se stesso! Invece, la pace di Cristo fa divenire dono sia colui che la porge sia colui che la riceve, lasciando entrambi nella gioia!

          Come non ricordare il grande, instancabile “Costruttore di pace”, il Beato Giovanni Paolo II, del resto, degno e fedele continuatore dei suoi lodevoli Predecessori, anch’essi nostri contemporanei?

Sempre attento alle ispirazione dello Spirito Santo rese memorabile l’incontro di preghiera per la pace che realizzò ad Assisi nell’Ottobre 1986 invitando indistintamente tutti i Capi Religiosi. Quanto armonioso rispetto di ogni specifica spiritualità in una singolare ed esemplare fusione di cuori!

          Per il suo stemma papale il Beato Giovanni XXIII aveva scelto il motto: Obœdientia et Pax e prima di morire aveva donato alla Chiesa e all’umanità la splendida enciclica “Pacem in Terris”.

          Il motto scelto dal card. Dionigi Tettamanzi per il suo stemma è: Gaudium et Pax.

          Gli stessi documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II ne hanno delineato e sviluppato tutta l’im-portanza e l’urgenza nulla tralasciando al fine di giungere ad una convivenza sempre più rispettosa e solidale tra tutti i popoli.

          Ad essi si sono aggiunti i ripetuti e accorati appelli pontifici rivolti direttamente ai Capi di Stato e a tutti gli uomini di buona volontà.

          A favore della pace si indicono adorazioni, fiaccolate, cortei, convegni, concerti e incontri di vari tipi in cui si vedono coinvolti uomini della cultura, dello sport, dello spettacolo.

          Si spiega tanta insistenza nella misura in cui la pace - bene tanto grande, troppo indispensabile per garantire una serena stabilità di rapporti - è nello stesso tempo sempre insicura, minacciata, e addirittura da più parti inspiegabilmente non voluta, combattuta. Lo conferma il fatto che ogni volta che le voci autorevoli dei Papi si sono alzate per scongiurare qualunque genere di guerra…non sono mai state ascoltate e queste, pensate e volute, si sono puntualmente e atrocemente realizzate. Ancora oggi, purtroppo, sono messe in calendario e progettate!

          Con grande conforto prendiamo atto che la pace è: pregata nei salmi - letta nella Sacra Scrittura - donata come saluto - offerta come segno di accoglienza - implorata quando viene compromessa a cominciare dal semplice contesto familiare fino ad arrivare ai conflitti tra le nazioni.

Ma tutto ciò appare quasi ben poca cosa se si pensa che ogni giorno la pace è addirittura celebrata nello svolgersi della liturgia eucaristica, quindi acquista un valore e un’efficacia infiniti che fanno comprendere ancora di più come sia prima di tutto dono di Dio.

          Scorrendo passo passo la celebrazione si constaterà quanto è vero.

·      SALUTO INIZIALE

     Le varie formule di saluto che il celebrante rivolge all’assemblea attingono quasi sempre dalle Lettere di San Paolo e iniziano con un augurio di pace:

     -    La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi.

     -    Il Dio della speranza, che riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi.

     -    La pace, la carità e la fede da parte di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi.

     -    Fratelli, eletti…, grazia e pace in abbondanza siano con tutti voi.

·      GLORIA

     -    Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.

          È quella stessa pace proclamata dagli Angeli a Betlemme.

·      SCAMBIO DEL SEGNO DI PACE  

     -   La pace del Signore sia sempre con voi.

     -   Scambiatevi un segno di pace. 

     -    In Cristo, che ci ha resi tutti fratelli con la sua croce, scambiatevi un segno di riconciliazione e di pace.

     -    Come figli del Dio della pace, scambiatevi un gesto di comunione fraterna.

     -    Nello Spirito del Cristo risorto datevi un segno di pace.

     -    Secondo l’ammonimento del Signore, prima di presentare i nostri doni all’altare, scambiamoci un segno di pace.

     -    Sia pace tra voi.

·      PREGHIERA EUCARISTICA I

     -    Noi te l’offriamo [il sacrificio] anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace e la protegga, la raccolga nell’unità e la governi su tutta la terra…

     -    Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti.

     -    Ricòrdati, o Padre, dei tuoi fedeli che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. A loro, o Padre, e a tutti quelli che riposano in Cristo, dona la beatitudine, la luce e la pace.

·      PREGHIERA EUCARISTICA III

     -    Per questo sacrificio di riconciliazione dona, Padre, pace e salvezza al mondo intero. 

     -    Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo… 

·      PREGHIERA EUCARISTICA IV

     -    Ricòrdati anche dei nostri fratelli che sono morti nella pace del tuo Cristo… 

·      RITI DI COMUNIONE

     -    Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni… 

     -    Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà.

     -    La pace e la comunione del Signore nostro Gesù Cristo siano sempre con voi.

     -    La pace del Signore sia sempre con voi.

     -    Rito romano: Agnello di Dio… terza petizione: dona a noi la pace.

·      CONGEDO DELL’ASSEMBLEA

     -    Rito ambrosiano: Andiamo in pace. Un sacerdote congedava i fedeli in questo modo: Andiamo a portare la pace.

     -    Rito romano: La Messa è finita: andate in pace.   

          Parafrasando, è nato questo scherzoso invito: La pace è finita: andate alla Messa.

          La risposta: Rendiamo grazie a Dio non è perché finalmente la celebrazione è finita, ma è il “grazie” a Dio che ci ha consentito, partecipando alla Messa, di tuffarci sempre più nella Sua pace e, così “inzuppati”, andare colmi di gioia a donarla lungo la giornata, dove si svolge la nostra celebrazione esistenziale.

          Sì, la pace - celebrata liturgicamente in Chiesa - va poi celebrata nel dipanarsi della giornata: siamo noi ora i celebranti e l’assemblea è sostituita dalla comunità familiare, religiosa, lavorativa, di volontariato, di svago.

          Alla pace è stato dedicato il Primo Giorno dell’Anno, ogni volta proposta con uno slogan rivelatore di quanto nell’anno precedente si era riusciti a facilitarla o ancora ad ostacolarla.

          Per il Santo Padre è divenuta esplicita occasione per fare il punto della situazione mondiale, focalizzando l’inderogabile urgenza di impegnare tutte le forze per poterla realizzare.

          Pensando alle tante “Giornate per la Pace”, con la Chiesa e l’intera umanità ho sempre attinto tanta speranza e incoraggiamento nel sapere che dalla celebrazione del Primo Giorno dell’Anno fino al 31 Dicembre ogni giorno ininterrottamente essa è invocata, pregata, celebrata nei più svariati contesti: liturgico, familiare, sociale, politico.

          Pace voluta e ricercata con costanza dagli uomini di buona volontà a qualunque popolo, razza, religione appartengano, a pieno titolo riconosciuti figli di Dio perché costanti “costruttori di pace”.

          Dalla pace sgorga l’alta qualità della vita.

          Con la pace c’è il rispetto e il trionfo di ogni altro valore.

          Nella pace tutto ritrova la sua originaria bellezza ed il cuore è libero da ogni turbamento.

          Per la pace si dà la vita, perché vale più della vita.

          Dove non c’è pace è offesa la dignità umana e calpestata la vita.

          La pace è tanto necessaria al nostro benessere spirituale da essere desiderata prima di qualunque altro bene, perché espressione della piena armonia con Dio, con se stessi, con gli altri e con il creato.

          Senza la ritrovata pace non ci si rialza, non si ricomincia, e neppure si riparte, perché si è nella totale paralisi. Come non pensare al beneficio altamente spirituale e psicologico quando possiamo ascoltare le parole del Sacerdote: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre…. Va’ in pace! L’iniziale fatica che avvertiamo quando ci inginocchiamo ad un confessionale è immensamente ripagata dalla grazia del perdono ottenuto; si ridiscende leggeri, contenti perché il cuore può gustare di nuovo la pace perduta.

          Veramente solo il cuore riappacificato può riprendere ad esplodere di gioia, tornare a pulsare: è il vero trionfo del bene sul male commesso, è quella rinascita spirituale che Gesù indicava e consigliava a Nicodemo (cf Gv 3,3).

          È questa pace interiore a qualificare la vita, a riempirla di opere buone, a renderla vivibile, liberandola di volta in volta da ogni possibile inquinamento interno ed esterno.

          Rimane pur vero che la pace va ogni giorno costruita, difesa, riparata, implorata, e perché avvenga, ecco la soluzione più efficace: ogni giorno è celebrata, cioè, continuamente inserita, associata e assimilata nell’unica offerta sacrificale di Cristo, nostra pace (Ef 2,14), per la gloria del Padre e la redenzione del mondo.

          Una domanda a questo punto s’impone: cosa comporta, allora, l’andare a Messa?

Convinti dell’infinito amore con cui Dio ci avvolge in modo particolare in ogni celebrazione eucaristica, ci trasformiamo in persone “pacificate” dalla divina Misericordia prima di tutto con noi stessi, quindi capaci più facilmente di risolvere i personali conflitti, in quanto illuminati e guidati dal Vangelo, per cui diveniamo vere pagine viventi sia dei suoi messaggi, con tutta la forza liberante che sprigionano, sia degli stessi comportamenti di Gesù fino all’attuazione del mistero pasquale di morte e risurrezione per l’umana salvezza.

      Dal beneficio personale che ne traiamo possiamo poi farci “portatori di pace” a quanti avviciniamo, perché tutto ormai vediamo, ascoltiamo, operiamo solo in vista della Pace, solo a favore della Pace, che man mano assumerà nomi e atteggiamenti volti al bene altrui.

      Con sincero spirito francescano, vogliamo soprattutto pregare così:  

                                                O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace:

                              dov’è odio, fa' ch’io porti l’Amore,  dov’è offesa, ch’io porti il Perdono,

                              dov’è discordia, ch’io porti l’Unione,  dov’è dubbio, ch’io porti la Fede,

                              dov’è errore, ch’io porti la Verità,  dov’è disperazione, ch’io porti la Speranza,

                              dov’è tristezza, ch’io porti la Gioia,  dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

                              O Maestro, fa’ ch’io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare;

                              di essere compreso, quanto di comprendere; di essere amato, quanto di amare,

                              poiché è dando, che si riceve; perdonando che si è perdonati;

                              morendo, che si risuscita a Vita eterna. Amen. 

Suor Josefa priora Benedettine

  
Da: Unknown data agosto 03, 2012 Nessun commento:
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