LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE - IV^ PARTE

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Ho iniziato con Elia e la sua accorata preghiera: Prendi, Signore, la mia vita, concludo affiancandogli il venerando Simeone, il quale, dopo che i suoi occhi ormai stanchi hanno potuto vedere la Salvezza d'Israele, rivolge a Dio la pacata implorazione:

Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola (Lc 2,29).

È la preghiera di un sereno vegliardo che verso la fine della vita vede premiata la sua forte fede ed esaudita la sua speranza messianica.

Questi medesimi sentimenti sono ben espressi da un’altra grande figura di donna cristiana, Monica. Dialogando col figlio Agostino “convertito”, confida:

Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c'era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire.

Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? (Conf. Libro IX).

Per il vero cristiano tutto diviene preghiera, anche la morte, quando sa fidarsi e affidarsi a Dio Padre. Gli santi non solo hanno desiderato morire per essere con Cristo, ma addirittura ad alcuni è stato concesso di conoscere il proprio “dies natalis”!

C'è quindi modo e modo di sospirare quel giorno, certo liberante, ma soprattutto determinante perché, esaudite ed esaurite la fede e la speranza, ci fisseremo nell'amore trinitario. Allora non ci sarà più lamento, pianto, lutto (cf Ap 21,4b), ma unicamente gioia e pace senza fine.

Un giorno arriverà anche per noi la morte, e se avremo combattuto la buona battaglia e conservato la fede, ci attenderà la corona della gloria (cf 2Tm 4,7).

Cosa significherà morire?

Non altro che un nascere, un venire alla luce, dopo la travagliata gestazione terrena. Vita perciò non senza sbocco, disperatamente voluta stroncare prima del tempo fissato, intendendo porre la parola fine solo perché non si è saputo credere nel suo fine e fatto dipendere da Dio il “basta!”.

Nascere, vivere, morire rientrano nel piano di amore di Dio e quindi nel mistero stesso di Dio, che l'uomo deve solo ammirare e rispettare, tanto più quando è chiamato a dare la propria cosciente, gioiosa e responsabile collaborazione, mentre va facendo sue le meravigliose espressioni del Salmo 138:

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;

sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa

quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro;

i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.

…vedi se percorro una via di menzogna (di morte)

e guidami sulla via della vita (13-16.24).

Prendi e mangia è l'invito che Dio rivolgerà fino alla fine dei tempi, finché sulla terra ci sarà un vivente. Ogni giorno mangia il pane quotidiano per il sostentamento in questa vita e mangia il pane eucaristico per la vita eterna.

Così l'Eucaristia, dopo averci aiutato a “stare in piedi” o a “rimetterci in piedi” per tutto il cammino terreno, ci sosterrà anche sull'ultimo tratto di salita all'Oreb, che - a suo tempo - raggiungeremo - la Casa del Padre, il Regno dei cieli - accolti dal Signore che ci farà sedere alla sua mensa e passerà a servirci (cf Lc 12,37) e sarà festa per sempre!

Suor Josefa - Priora Benedettina


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