Solo allora torna il sereno nel cuore e nella mente e soprattutto si comprende la fedeltà di Dio che è sempre vicino ad ogni uomo: Ascolta sempre la preghiera del povero, di chi ha il cuore ferito, e salva gli spiriti affranti (Sl 33,19), ma esaudisce in piena sovranità e libertà.
Come già non rimase sordo al grido degli israeliti schiavi in Egitto e volle scendere per liberarli e condurli verso la terra promessa (cf Es 3,7-8), così pure non rimane sordo a nessun’altro gemito proponendo in modi diversi il suo: prendi e magia.
Elia, comunque, si predispone col sonno fisico a quello mortale che ha invocato. Dio viene e interviene: lo scuote da quel pigro torpore e gli comanda per due volte:
Alzati, e mangia. Cioè, Prendi, mangia il cibo che ti tiene in vita... e cammina, perché hai ancora tanta strada da fare; la tua vita non ha concluso il suo corso, la sua missione, soltanto quando Io dirò “basta” allora anche per te “sarà tutto compiuto” (Cf Gv 19,30) e allora all'Amen finale seguirà l'Alleluia eterno!
Su mangia, perché troppo lungo per te è il cammino.
Al modesto “perché” di Elia che lo porta a desiderare di morire, gli sta ora davanti il “perché” di Dio; al “basta”, suggerito dall'umana paura, fronteggia l'incoraggiante “ancora” di Dio.
Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Quando l'uomo - da poveraccio qual è - invoca a modo suo la morte, che vede però solo liberante e non trasformante, quando ai propri o altrui occhi si prospetta la fallimentare visione di sé e della vita, per Dio è invece il momento di “svegliarlo dal sonno” perché si rimetta in piedi...e cammini. Non solo! Gli procura il cibo dei forti: l'Eucaristia: Lui stesso, il Verbo eterno fatto carne in un preciso momento storico per farsi poi pane per la fame dell'uomo di ogni tempo.
Dio può essere abbandonato, ma Lui non abbandona nessuno. In Cristo, suo Figlio, si è fatto compagno di viaggio. A chi accoglie il suo amore di predilezione propone la sua sequela per divenire missionario della Buona Novella del Regno. A tutti, in risposta ai disperati ed incoscienti sos di morte, fa giungere il suo corroborante comando di sicura salvezza:
Alzati e mangia. Prendete e mangiate.... prendete e bevete (Mt 26,26-27). Chi ha sete, venga a me (Gv 7,27). Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò (Mt 11,28).
Allora ognuno di noi con San Paolo può dire:
Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù (Fil 3,14).
Dichiara infatti con quella franchezza che sempre lo caratterizza: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21), perché sa di essere stato afferrato da Cristo ed altro non desidera che raggiungerlo e conquistarlo a sua volta (cfr. Fil 3,9).
Questo ardente Apostolo di Cristo fa anche una curiosa riflessione:
Sono messo alle strette da queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga (Fil 1,23-24).
Dello stesso parere è San Martino, Vescovo di Tours, la cui serena fortezza e bonarietà sono messe in luce in alcune antifone della Liturgia delle Ore:
- Signore, se sono ancora utile al tuo popolo, non rifiuto la fatica, sia fatta la tua volontà.
- O uomo meraviglioso! Non lo vinse la fatica, ne lo sgomentò la morte; non ha temuto di morire, non ha rifiutato di vivere.
Ha imitato Cristo che affermò: Mio cibo è fare la volontà del Padre (Gv 4,34): dall'accettare di prendere un corpo (nascere) all'accettare che venisse offerto (morire) per la salvezza dei fratelli. Cibo di cui anche noi, rincuorati dall'esempio suo e dei santi, dobbiamo nutrirci, perché
«sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14,8b).
Suor Josefa - Priora Benedettina
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