LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE - II^ PARTE

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Non si tratta, come per altri, di farla finita per non aver più da soffrire o da subire, e cominciare con la morte a “stare in pace” una volta per sempre, perché questo è un modo insensato di allontanare Dio dalla propria esistenza, escludendolo persino dall'ultimo orizzonte. La verità è che, pur vivendo, la fede è già morta, quindi si vive già in quel buio interiore che attraverso il gesto estremo si vuole eternizzare.

Il soffrire, cioè, non è mai stato elevato in preghiera, in umile implorazione di aiuto a Dio, non solo come ha fatto Elia, ma anche Ezechia, re di Giuda. Questi, colpito da una malattia mortale, quando si vide predetta dal profeta Isaia la fine imminente tanto pianse e tanto pregò il Signore che fu esaudito ottenendo una dilazione di tempo di altri quindici anni! (cfr. Is 38,1-5).

Altre due figure bibliche sono prese dallo stesso sconforto di Elia e invocano la morte. Sono Tobi, il quale, oltre a soffrire per la cecità, viene pesantemente umiliato dai rimproveri ironici della moglie. Si rivolge allora a Dio sfogando la propria amarezza:

«Ora, Signore, ricordati di me e guardami… Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa che io parta verso l’eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia e così non sentirmi più insultare!». (Tb 3,3.6).

Contemporaneamente una giovane, Sara, loro parente, prova un’angoscia mortale per gli umilianti insulti che una serva non le risparmia:

«“Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere. Perché vuoi battere noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non abbiamo mai a vedere né figlio né figlia”. In quel giorno dunque essa soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l’intenzione di impiccarsi. Ma tornando a riflettere pensava: “…Farò meglio a non impiccarmi e a supplicare il Signore che mi sia concesso di morire, in modo da non sentire più insulti nella mia vita”».

E afflitta prega:

«“Ora a te alzo la faccia e gli occhi. Di’ che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti... Io sono l’unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti”.

In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio e fu mandato Raffaele a guarire i due» (3,8-17).

Le sofferenze morali di Tobi e Sara rivelano quanto facilmente si può far soffrire una persona bersagliata senza pietà di insulti, calunnie, sospetti spesso infondati, che possono portare a desiderare la morte. Quanto male può causare la lingua, ce lo ricorda S. Giacomo nella sua lettera:

Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (3,3-6).

Chi subisce simili ingiustizie ha motivi per soffrire, ma se è credente riesce a farsi consigliare dal Salmo 54:

Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno, mai permetterà che il giusto vacilli

(v. 23).


Suor Josefa - Priora Benedettina

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