CONSOLATI...CONSOLIAMO!

            L'uomo è per sua natura un essere socievole, quindi il meglio per lui è stare con gli altri, non da solo. Ne troviamo conferma già nel primo libro della Sacra Scrittura, avallato da Qoèlet:

                   Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile (Gn 2,18).

                   Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica.

                   Se vengono a cadere, l'uno rialza l'altro.

                   Guai a chi e solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi (Qo 4.9-10).

                   (aggiungo) "Guai a chi è solo: se è triste, depresso, non ha nessuno che lo consoli".

            Il bene del vivere insieme rimane vero anche oggi, quantunque, per motivi davvero caratteristici di questo tempo, non poche persone, giovani soprattutto, lasciano l'ambito familiare e scelgono di vivere da single. Ma è lo stare con gli altri che fa assaporare tutta la bellezza e la ricchezza, come bene si esprime il Salmo 132:

Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! (v. 1 ).

           Tuttavia, questa riuscita non è sempre così scontata. Possono, infatti, sorgere difficoltà, incomprensioni, pregiudizi ed altro, che vanno ad incrinare i rapporti più belli quali quello coniugale, familiare, di parentela, amicale, comunitario, parrocchiale, sociale, lavorativo, associativo, politico.

           Il fatto è che ognuno si relaziona con gli altri portatore della propria positività e negatività. Succede perciò che alle più ottimali intenzioni si mescolano le più grette passioni e istintività, dovute al carattere, alle potenzialità di cui uno è più o meno dotato, all'educazione ricevuta.

           La causa principale deriva - comunque e sempre - dalle conseguenze del peccato originale che ogni mortale ha ricevuto "in dote" dai progenitori: ereditario, quindi, di forti tare comportamentali, e così... il vivere si è fatto più faticoso.

           Il lavoro, per esempio, che doveva essere piacevole, è invece sudato, ostacolato e soprattutto oggi insicuro. È ancora la Genesi a dame la chiara motivazione:

All'uomo [Dio] disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: “Non me devi mangiare”, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane: finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3,17-19).

            Effettivamente l'esistenza è seminata di prove, tribolazioni, peccati, malesseri fisici, psichici, morali, causati da noi o da altri e in qualche modo divengono altrettante croci che spesso ci trasciniamo dietro e dentro e ci affliggono non poco. Cito due salmi che sono in questa stessa linea:

                            Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,

                            ma quasi tutti sono fatica, dolore: passano presto e noi ci dileguiamo (SI 89,10).

                            Si consuma nel dolore la mia vita, i miei anni passano nel gemito (SI 30,11).

Anche il salmo 125 richiama questa realtà: nello stesso tempo, con le sue fasi alternative, si accosta bene al libro del Qoèlet:

                                 Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.

                                 Nell'andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare,

                                 ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni (vv. 5-6).

            Per parte sua il Qoèlet presenta un elenco di svariate vicissitudini che ingemmano la vita, per cui a tempi di gioia si susseguono tempi di dolore, a tempi di incontri tempi di separazioni; a tempi di desideri tempi di delusioni; a tempi di fede tempi di aridità spirituale; a tempi di grazia tempi di peccato e cosi via (cf Qo 3-1-8).

                Tutto ciò rivela come la psiche umana, e di conseguenza anche l'umore, sono tanto instabili, fragili, incoerenti, e non tardano a manifestare conseguenti stati d'animo di intima sofferenza in cui è un incalzare di angosce, depressioni, paure, disperazioni: avvisaglie di probabili disturbi psicosomatici, rivelatori appunto dei limiti umani giunti al massimo esaurimento.

            Ecco, allora, l’urgente bisogno di lanciare disperati "SOS" per riuscire a sopravvivere, cercando "sconsolati" qualche consolazione in un appoggio, uno sfogo, un aiuto su cui poter contare per trovare la forza di rimanere in piedi, di stare a galla, di non soccombere.

            È la fame e sete di felicità a far cercare in tutte le maniere un po' di consolazione, cioè, quella via d'uscita dalla prova, dalla sofferenza, dalla disperazione per essere nuovamente sereni, felici.

            Ma, a chi chiedere aiuto? Da chi andare?

Anche in questo caso si potrebbe accostare il detto: Dimmi da chi vuoi essere consolato e ti dirò chi sei e persino che tipo di consolazione avrai. Meglio ancora, dirai tu stesso chi sei e quale consolazione desideri.

            Se chiediamo consolazione al mondo, cosa possiamo aspettarci di valido, di bello?

            Beh, il mondo ha senz'altro qualcosa di suo da suggerire: farà di tutto per "cancellare", "vanificare" ogni presenza di sofferenza e far assaporare subito "qui e adesso" quella sua gioia inebriante dai mille nomi, mille vesti, mille esperienze che oggi hanno davvero dell'inverosimile, avendo raggiunto la più sfrenata stravaganza e illogicità morale, persino con approvazioni legali.

            Quanto il permissivismo ha lavorato con liberalità sulle coscienze!

            E quanti, prestando fede ad accattivanti sirene, iniziano tali consolanti terapie!

            Ciechi e sordi ad ogni altro equilibrato consiglio, anzi, credendo fortemente (ma di debolezza si tratta) in simili miraggi, vi si buttano a capo fitto, ritrovandosi ben presto - l’inganno è sempre ben mascherato - letteralmente "a terra". Sfiduciati più di prima, si aggrapperanno, allora, all'ultima àncora di salvezza, all'ultima cupa consolazione... finendo volontariamente "sottoterra".

            La morte, che già spadroneggiava sul loro spirito, può ora impossessarsi a pieno diritto e con facilità della stessa vita. Ha creduto di far fare l'identica fine anche all'Uomo-Dio, Cristo Gesù, gettandoglisi furiosamente addosso per carpirgli la vita e, in un primo momento, ci è riuscita. Ma - sorpresa! - Lui l'ha clamorosamente sconfitta risorgendo. Non solo. L' illusa vincitrice, ormai disillusa, si è vista costretta a restituirgli le stesse vittime, proprio perché da Lui "riscattate" con il Suo sacrificio redentivo, affinché tornassero a percorrere l’unica giusta via della consolazione: quella divina.

Andiamo, allora, a farci consolare da Dio.

Andiamo dallo Spirito Paraclito (che significa Consolatore).

Andiamo dai Ministri della Chiesa: uomini che hanno ricevuto da Dio lo specifico mandato di essere consolatori dei loro fratelli, soprattutto attraverso il Sacramento della Confessione.

           Dal libro "Perdono e pace" di Alfred Wilson, Edizioni Paoline 1956, stralcio alcune ponderate considerazioni:

            [Intervento di una signora protestante ad una conferenza] «Voi avete detto che la confessione è molto consolante; io conosco un'amica cattolica, che va alla confessione con fatica, e non senza un certo affanno; parla di molti cattolici ai quali la confessione costa la stessa fatica. Come può dunque la confessione essere consolante, se coloro che si confessano si sentono a quel modo?» A quella domanda fu risposto così: «Voi avete domandato alla vostra amica come si sentiva nell'entrare in confessionale; ma non le avete chiesto quale era il suo stato d'animo nell'uscirne» (p. 6).

            I mali del corpo trovano sollievo e guarigione nell'ospedale, quelli dell'anima nel confessionale. Nessuno va dal dottore o dal dentista per divertimento. Neppure a confessarci ci si va per divertirsi. Per la sua stessa natura la confessione non può essere piacevole. Non è il confessarsi che consola, ma ciò che la confessione dona all'anima (p. 7).

            L'uomo che ha il cuore in tempesta ha bisogno di sentire le parole del Maestro: «Non temere... la pace sia con te... io ti assolvo... i tuoi peccati ti sono perdonati... va' in pace» (p. 14).

            [Gesù] ha preso la pratica della confessione, che è necessità naturale, l'ha facilitata e l'ha innalzata elevandola alla dignità di sacramento. E ha reso il compito, inevitabilmente difficile, di confessarsi, il più facile possibile. Noi ci confessiamo in segreto; possiamo scegliere il sacerdote che vogliamo; al caso possiamo anche confessarci ad uno che non ci conosce; o ad uno che, probabilmente, non ci vedrà mai più. Ci confessiamo in segreto ad un uomo che è legato al più stretto segreto. E ancora, ci confessiamo ad un uomo, che è preparato non solo ad ascoltarci con tenerezza paterna, ma anche ad istruirci, consigliarci, curarci (p. 17).

            Ottima cosa, allora, poter contare su un buon direttore spirituale, meglio se è anche confessore!

            La grazia sacerdotale lo rende, in effetti, capace di addentrarsi in certe sofferte situazioni senza esserne coinvolto e convogliare tutte quelle potenti energie che il dolore stesso genera e palesa per elevarle a Dio.

            Prende tutto quel dolore tra le sue mani consacrate e lo inserisce nel sacrificio eucaristico in cui Cristo costantemente si offre al Padre in riparazione dei peccati e per la salvezza di tutti i fratelli.

            Qui sta la grandezza del soffrire, perché sarà dal soffrire e offrirsi di Cristo fino a morire - mistero che non riusciremo mai abbastanza a sondare - che guarderemo con occhi diversi il nostro soffrire, potrà placarsi un po’ la foga degli innumerevoli “lamenti, in quanto prima del nostro dolore e insieme al nostro dolore c'è il Suo dolore che ci scuote e ci interpella.

            Cosi sorretti e illuminati, possiamo fare questa consolante scoperta: anche il nostro dolore - qualunque nome abbia e di qualunque portata sia - è un mistero esso pure insondabile, e come tale va quindi ancor più rispettato, accettato, amato, nonostante il perdurare della cruda sofferenza che fa versare cocenti lacrime.

            Possono, allora, continuare a gridare nella mente ed agitarsi nel cuore i più angoscianti “perché?, umanamente comprensibili, ma con una pazienza a tutta prova dobbiamo e possiamo arrivare a pronunciarli senza la pretesa di avere risposte esaurienti, anzi, a ciascuno di questi "perché?" non farà riscontro una risposta verbale, ma…una persona anch'essa crocifissa: Cristo! L'abisso del dolore umano chiama e tocca l'altro abisso, quello del dolore divino (cf Sl 41,8).

            Che lezione ci viene da questa grandiosa verità! Ai continui “perché?” che ci riguardano in prima persona, cominceremo ad accostare altri “perché? che non riusciremo a tacitare:

-    perché anche Lui ha sofferto, quando poteva evitarlo?

-    perché ha accettato di andare in croce e di morirci sopra?

-    perché non si è concesso alcun beneficio per alleviare Se stesso, quando ha liberato, consolato, guarito, ri-suscitato altri?          

Ci ritroviamo nello stesso stato d'animo di uno dei due ladroni crocifissi insieme a Cristo sul Golgota (cf Lc 23,39)!

Non il mondo, dunque, ma Dio - che nel Figlio è morto per nostro amore - ci può consolare, può ridarci speranza, fortificarci nella fede, nel nostro essere cristiani, può rinvigorire le volontà infiacchite, risvegliare ben altri e alti ideali.

Sì, è il Figlio di Dio a realizzare questo stupendo e consolante piano di salvezza attraverso un suo atto di filiale obbedienza e infinito amore al Padre a favore degli uomini, che riconosce e abbraccia quali suoi fratelli: perdonati, salvati, consolati.

Il mondo ci butta a terra... Dio solo - se noi lo vogliamo - ci rialza, ci solleva dal pantano, ci rimette in cammino. Come dubitare di fronte a queste assicurazioni?:

                            Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino.

                            Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano (Sl 36,23-24).

                            Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto (Sl 144,14).

                                      Il Signore rialza chi è caduto (Sl 145,8).

            Sempre vero e attuale il versetto conclusivo del Salmo 138, a mio giudizio, il migliore dell'intero salterio:

Signore, vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita (v. 24).

            Questo versetto è una delle più brevi ed efficaci suppliche che rivolgiamo a Dio, una formidabile preghiera di liberazione dalle forze del male che ci attanagliano di continuo.

            A Cristo, però, non è bastato aver offerto la vita per noi suoi amici. Non pienamente soddisfatto, ha compiuto qualcosa di ben più inaudito: risorto da morte, asceso al cielo, dove è andato a prepararci un posto (cf Gv 14,2), per non lasciarci orfani qui in terra ha escogitato il modo di restare con noi - a nostra consolazione - fino alla fine del mondo (cf Mt 28,20) istituendo la Chiesa e i Sacramenti. Dopo il Battesimo, di vitale importanza sono:

-    il Sacramento dell'Eucaristia, in cui si fa Lui stesso nutrimento quotidiano per la nostra fame e sete spirituali di ogni giorno;

-    il Sacramento della Cresima, in cui veniamo arricchiti dei sette doni dello Spinto Santo;

-    il Sacramento del Perdono, in cui siamo riaccolti e consolati dal Suo abbraccio misericordioso!

            È così che la Grazia ci segue passo passo e ci ottiene la conversione: frutto meraviglioso di quella consolante e operosa presenza di Dio in noi che realmente guarisce le ferite del peccato, e noi “consolati” gustiamo di nuovo quel benessere interiore che ci fa perseveranti nel bene.

           Oltre ai Sacramenti, il Signore ci concede ancora altri doni consolatori: la sua Parola di vita, Maria, sua purissima Madre, la Chiesa "suo corpo mistico" anch'essa Madre e Maestra, la protezione degli Angeli e dei Santi: autentici soccorritori e validi consolatori, ai quali Dio Padre ci ha affidati. Uniti a loro possiamo portare a termine il cammino terreno, che vediamo sempre insidiato dal male, come dimostrano le parole che Dio rivolse al serpente nel paradiso terrestre:

                                      Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe:

                                      questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gn 3,15).

            Il Sacramento della Penitenza, in modo particolare, ci libera dall'amarezza del peccato e ci offre la consolazione del perdono di Dio in tutta la magnanimità e la gratuità della sua misericordia.

            Al riguardo ecco un'altra citazione del libro “Perdono e pace”:

                Nel sacramento della confessione il Cristo stesso è il reale sacerdote e confessore; nella sua capacità di medico divino, Egli perdona i peccati, fa scorrere la grazia nelle anime, cancella anche le tracce dei peccati passati e ci da una garanzia di grazie attuali, per le lotte future (p. 17).

            Certamente e necessario da parte nostra un'abbondante dose di umiltà per inginocchiarci davanti a un Suo ministro e confessare le nostre infedeltà, ma come è solenne e liberatorio il momento in cui egli, uomo e peccatore come gli altri fratelli, nel nome e con il potere che Cristo gli ha conferito, stende le mani sul nostro capo e con un segno di croce pronuncia quelle "davvero tanto consolanti" parole: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, va in pace!”.

            Eppure è un Sacramento molto in crisi! A pensare che farebbe utilmente evitare tante prolungate e costose sedute psicologiche, mai pienamente in grado di ridonare la pace perduta e la necessaria consolazione per affrontare il presente e l'avvenire! Così, infatti, si esprime uno psichiatra protestante nel citato libro:

                La gente viene qui a frotte e paga straordinarie somme di denaro per tentare di avere ciò che la Chiesa da per niente (p. 22). ... Il fondatore della Chiesa Cattolica, la Chiesa dalla quale alla fin fine tutte le altre Chiese derivano, conosceva quanto il genere umano avesse bisogno di pace per la mente e per il cuore e le istituzioni che oggi si vanno cercando per sollevare la dolorante umanità era già stata istituita da Lui, gratuita e senza complicazioni (p. 23).

            Verissimo! Gesù è il primo Psicologo che conosce il cuore umano in modo unico e sa curare i malesseri che lo affliggono costantemente. Per questo ha pensato bene di proporre una Sua terapia istituendo il Sacramento della Penitenza o, come viene diversamente definito, il Sacramento del Perdono, della Riconciliazione, della Confessione. Lì veniamo a tutti gli effetti "consolati", riabilitati, rimessi a nuovo!

Resta pur vero che a volte nelle pieghe interiori dell'animo umano si annidano tali e tante complessità da richiedere anche l'intervento dello psicologo o dello psichiatra, ma la priorità e la fiducia massima va data a quell'aiuto spirituale che la Madre Chiesa offre, grazie al mandato ricevuto dall'Alto di legare e di sciogliere (cf Mt 16.19).

            Una componente che caratterizza l'esistenza, soprattutto nei momenti più sofferti, è il pianto, che troviamo anche nel Salterio tra le tante altre tematiche, cui fa eco quell'altra umanissima e "sconsolata" domanda:...fino a quando, Signore?”; un esempio:

L’anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando…? (Sl 6,4).

            Il brevissimo Salmo 12, poi, la ripete per ben quattro volte.

            Mentre da una parte il pianto rivela tutta l'umana desolazione e sfinitezza, dall'altra è una preghiera sublime che raggiunge più in fretta il cuore di Dio.

Rispettando i vari contesti in cui si manifestano le lacrime, ecco alcuni versetti salmici:

Salmo    6:   Sono stremato dai lunghi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto.

                   I miei occhi si consumano nel dolore (vv. 7-8).

Salmo   30:   Abbi pietà di me, Signore, sono nell'affanno,

                   per il pianto si struggono i miei occhi, la mia anima, le mie viscere (v. 10).

Salmo   41:   Le lacrime sono mio pane giorno e notte (v. 4).

                         Dirò a Dio, mia difesa: «Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado oppresso dal nemico?».

                   Per l'insulto dei miei avversari sono infrante le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: «Dov'è il tuo Dio?» (vv. 10-11).

Salmo  79:   Signore, tu ci nutri con pane di lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza (v. 6).

Salmo 101: Di cenere mi nutro come di pane, alla mia bevanda mescolo il pianto (v. 10).

Salmo 118:   Io piango nella tristezza: sollevami secondo la tua promessa (v. 28).

                         Sono stanco di soffrire, Signore, dammi vita secondo la tua parola (v. 107).



          Dio sempre ascolta gli insistenti gridi dell'anima, espressi anche solo con le lacrime, e interviene consolando:

Salmo   17:   Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio:

                   dal suo tempio ascoltò la mia voce, al suo orecchio pervenne il mio grido (v. 7).

Salmo   29:   Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito (v. 3).

                         Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia (v. 6).

                         Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia (v. 12).

Salmo   38:   Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime (v. 13).

Salmo   41:   Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?

                   Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio (v. 12).

Salmo   54:   Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno (v. 23).

Salmo   55:   Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli, non sono forse scritte nel tuo libro? (v.  9).

Salmo   80:   Hai gridato a me nell'angoscia e io ti ho liberato (v. 8).

Salmo   93:   Quand’ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato  (v. 19).

Salmo 114:   Mi opprimevano tristezza e angoscia e ho invocato il nome del Signore (v. 3).

Salmo 141:   Ritorna, anima mia, alla tua pace, poiché il Signore ti ha beneficato;

                   egli mi ha sottratto dalla morte, ha liberato i miei occhi dalle lacrime (vv. 7-8).

            Con cuore tutto materno Dio consola i suoi figli che ricorrono a Lui con cuore sincero ed essi - solo perché così consolati - possono consolare i fratelli che chiedono aiuto.

            Quanto è vero, allora, l'inno paolino sulla consolazione:

                                         Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

                               Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,

                               il quale ci consola in ogni nostra tribolazione

                               perché possiamo consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione

                               con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2 Cor 1,3-4).

Suor Josefa priora Benedettine

CENTRALITÀ DI CRISTO

NELLA VITA DELL’ OBLAT0



          La centralità di Cristo è stata la volontà del Padre; di questa volontà Cristo si è nutrito:

“Mio cibo é fare la volontà del Padre" (Gv 4,34).

          Essa lo ha “mandato” a far conoscere agli uomini l’amore paterno e materno del Padre, del Quale è Figlio. Quindi, Cristo è:

      - il missionario del Padre;

      -  l’annunciatore e donatore dell’amore misericordioso del Padre;

      - é “uno” con il Padre nell’amore che è lo Spirito Santo;

      - fratello degli uomini, anch’essi - per adozione - figli del Padre.

          Cristo sulla terra ha compiuto tale missione fino alle estreme conseguenze, in quante gli uomini non gli hanno creduto e lo hanno eliminato con la morte più ignominiosa: la crocefissione.

          E Lui come ha risposto a tanta ingratitudine?

          Non solo ha abbracciato l’atroce realtà, ma l’ha resa espressione concreta della volontà del Padre che é amore che perdona, amore che salva.

          Il cristiano, il monaco; l’oblato al centro della propria vita pongono Cristo.

          Anch’essi, perciò, hanno a cuore il compimento della volontà del Padre, del Quale - in Cristo e nello Spirito Santo - si sentono figli.

          Anch’essi sono “mandati" ad annunciare e testimoniare la comunione di amore con la Santissima Trinità e con i propri simili.

          Scoprono in questa “consegna" la ragione della "chiamata" all’esistenza prima e alla sequela poi, così che con S. Paolo possono dire:

“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

          Col tempo comprendono sempre più il perché e il fine della propria vita; pertanto non se ne appropriano arbitrariamente; ma in assoluta libertà aderiscono al disegno divino su di essi e, per loro tramite, su quanti entrano a far parte del loro esistere.

          Intravedono che l’adesione alla volontà di Dio permette alla propria personalità umana, spirituale, intellettiva, affettiva, morale di svilupparsi ed esprimersi.



          Se l’Amore mi ha voluta, mi ha forgiata e definita secondo un compito preciso da svolgere, se da sempre ha pensato dove porre il mio tassello nell’immenso mosaico della creazione e della redenzione; dandogli una forma e un colore unici e irripetibili, non devo far altro che fidarmi, chiedere luce per vedere e grazia per attuare, una volta intravista, la missione affidatami.

          È solo ponendomi in cordiale sintonia di volere con Dio che renderà possibile il fare della vita, ricevuta in dono, un libero dono di amore a Lui e ai fratelli.

          Quando - monaco o oblato e cristiano - ho compreso quanto Dio è vivo e operante in me nel ruolo di iniziatore e provvido Benefattore, allora posso anch’io mettere in moto quanto sono e quanto ho affinché trovi compimento il suo progetto su di me.

          Non si tratta affatto di sentirmi svuotata di qualsiasi personale espressione, quanto di credere che la mia vera riuscita è determinata dalla volontà di lasciar agire in me la volontà di Dio, il Quale conosce il meglio per me, trovando il modo di appagare quegli stessi desideri, aspirazioni e tendenze, di cui mi ha dotata.

          Il mio fare - come monaco, oblato o cristiano - diviene, allora; un fiducioso lasciarLo fare, man mano che mi offre nuove grazie, mi propone nuove chiamate, nuovi percorsi di fede.

          In amicizia con Dio cammino sulla via maestra; da sola, invece, tutto va in confusione, i principi saltano, i valori sovvertiti e facilmente posso smarrire la via della vita, della gioia, della santità.

          Perché ciò non accada, nella sua provvidente bontà Dio mi offre gli strumenti utili per il viaggio di ritorno a Lui:

          - la rivelazione di Sé nelle Sacre Scritture, soprattutto il Vangelo;

          - la Regola;

          - i Superiori;

          - i fratelli;

          - i doveri inerenti allo stato abbracciato;

          - gli eventi gioiosi e dolorosi della vita da accogliere alla luce del Mistero pasquale di Cristo.

          Nei momenti di prova, dubbi, tentazioni potrò porre domande vere, essenziali ed ottenere puntualmente altrettante risposte vere ed essenziali nel rispetto di quel mistero in cui tutto è calato e si va compiendo.

          Il mio mistero non vaga nell’incerto, nel non-senso, ma è inserito nel mistero di Cristo: centro unificatore della mia vita.

          Certamente la vita non è iniziata da quando ne ho preso coscienza, ma è da quando ne ho preso coscienza che la vedo in Dio, la vivo con Dio, la dono a Dio!

          L’amore di Dio per me e l’indegno, impari amore mio per Lui si saldano, si sposano, si unificano; le due volontà si fondono, le due libertà si abbracciano.

          Per tutti e per ciascuno si può realizzare:

-     quel “correre con cuore dilatato e con ineffabile dolcezza di amore” (Prologo RB, 49) sulle vie di Dio, che il Figlio ha segnato ricalcando le vie degli uomini;

-     quel condividere con i fratelli la “ricerca delle cose di lassù, non quelle della terra” (cf Col 3,1);

      quel “bramare con tutte le forze la patria eterna” (cf RB 4,46) tra le vicissitudini terrene, imitando Cristo “con il nostro mite patire ” (Prologo RB 49).

Tutto parte da Cristo e tutto è ricondotto a Cristo.
Suor Josefa priora Benedettine



SIGNORE INSEGNACI

SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE

Lc 11,1-4:   Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate dite:
                    Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione».
Mt 6,7-13:   Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate: Voi dunque pregate così:
                     Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
          La domanda, riportata nel Vangelo secondo Luca, è rivolta dagli apostoli a Gesù, non solo perché anche Giovanni ha insegnato a pregare ai suoi discepoli, ma perché hanno visto Lui stesso pregare.
          Insegnaci, cioè, permette anche a noi di pregare come preghi tu, facci conoscere il segreto del tuo pregare, perché preghi, chi preghi, per chi preghi.
          Gesù, che certamente ha animato in loro questo interrogativo, non lascia cadere a vuoto la richiesta; subito vuole istruire i suoi su un argomento profondamente vitale e risponde: “Quando pregate, dite: Padre...”.
          Matteo dà la versione in plurale: “Voi dunque pregate così: Padre nostro...”.
          Questo Padre è mio, e a Lui mi rivolgo con cuore di Figlio: sono il Suo Unigenito, ma è anche vostro, perché siete miei fratelli e fratelli tra di voi. Sarà sempre "Padre vostro" anche quando vi troverete a pregare da soli.
          Bello questo senso comunitario, questo sentirci tutti presenti nella preghiera di uno e ciascuno nella preghiera di tutti!

          La preghiera del Padre nostro è in perfetta sintonia con un'altra magistrale affermazione di Gesù:
                                    «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
                                    e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).
          Infatti, tutta la prima parte del Padre nostro riguarda la gloria del suo Nome, la venuta del suo Regno, l'obbediente e filiale adempimento della sua Volontà, proprio come avviene in Cielo dove è esclusivamente ordine, armonia e pace, perché gli Spiriti angelici eseguono alla perfezione i divini comandi.
          Sono proprio tali petizioni a metterci nella favorevole condizione di pensare, desiderare e cercare le cose del Regno dei cieli. Solo dopo vengono le altre, al confronto molto secondarie e tuttavia ugualmente indispensabili nella misura in cui consentono una vita dignitosa, senza eccedenze di vario tipo, affinché anche in terra possano regnare l'ordine e l'armonia nella più pacifica convivenza fraterna.
          È quanto chiediamo nella seconda parte del Padre nostro riassunto bene nel "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Si tratta - alla lettera - del pane quotidiano, ma non solo, come ci richiama Gesù, citando Dt 8,3:
“Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt4,4).
          Ogni celebrazione eucaristica, infatti, ci dispensa la duplice mensa della Parola e del Pane di vita, per cui diciamo con il Salmista:
“Quanto sono dolci al mio palalo le tue parole: più del miele per la mia bocca” (SI 118, 103).
          Ogni giorno la divina Provvidenza insieme al pane quotidiano
§  ci fa assaporare il fragrante pane della fraternità, confermato dal Salmo 133:
"Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!" (v. 1);
§  ci dispensa un po' del pane della sofferenza. Dice il Salmo 79:
“Tu ci nutri con pane di lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza” (v. 6);
§  ci dona il pane della fortezza, che ci fa confidare nel Signore per non soccombere alle tentazioni, spesso egregiamente travestite di bontà, in apparenza persino inoffensive, ma nella realtà sempre si rivelano malefiche; confortante l’invito del Salmista:
“…di’ al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido»” (SI 90,2);
§  ci riserva il pane della Misericordia e del Perdono, la cui porzione, però, è condizionata da quanto noi ne sappiamo spezzare e donare ai fratelli. Che forte lezione ci dà Gesù con la parabola del servo spietato al quale il padrone disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” (Mt 18,32-33)!
§  Non ci fa mancare il pane della liberazione dal male e dal maligno, per vivere costantemente grati a Dio e diffidenti verso il mondo e le sue teorie. Ecco le rassicuranti parole del Salmo 40:
                                 “Io sono povero e infelice; di me ha cura il Signore.
                                 Tu, mio aiuto e mia liberazione, mio Dio non tardare (v. 18).
          Nella richiesta degli apostoli a Gesù: “Insegnaci a pregare” sono incluse tante altre, come:
·      facci capire il posto che dobbiamo riservare alla preghiera, se anche Tu senti questo bisogno di lasciare tutti e ritirarti in preghiera.
·      Facci sentire viva, quotidiana questa necessità di dialogare col Padre, soprattutto ascoltandolo. Spesso, pur con le più buone intenzioni, il dialogo è solo un monologo incalzante di richieste, di angoscianti domande, di informazioni per renderlo edotto degli ultimi eventi (!) poi, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, si scappa via dalla chiesa perché è troppo tardi. Tante domande, tante parole…e le risposte che si attendevano sono rimaste in sospeso, non gliele abbiamo lasciate dire.
·      Facci credere che la nostra vita e tutto il nostro essere sono nelle mani e nel cuore di Dio che ci ama di amore paterno e materno, capace di perdonarci più di settanta volte sette (cf Mt 18,22), e continuamente si fa provvidenza per le esigenze esistenziali di ogni giorno.
·      “Insegnaci” a interiorizzare il nostro esistere dando la preminenza alla dimensione verticale, che ci tiene in comunione con la Santissima Trinità, e all'altra orizzontale, non meno importante, che ci mette in rapporto con il prossimo.
          La preghiera del Padre nostro ci immette così nella dimensione ecclesiale-missionaria raggiungendo tutti i confini e le latitudini per abbracciare ogni fratello e sorella ovunque si trovano a vivere. In verità ogni persona fa parte dell’immensa universale famiglia di Dio!
          Questo è molto sentito dalle Claustrali, che pur non essendo a diretto contatto con i fratelli per chiamata e scelta di vita, in Dio sono ad esse costantemente presenti, a Lui li affidano nella fiduciosa speranza che le suppliche che elevano al cielo si volgeranno in grazie e benedizioni per loro.
          Sono i Missionari stessi a darne conferma assicurando, non senza commozione, di sapersi sostenuti, soprattutto nei momenti critici che attraversano, dalle preghiere e dall'offerta delle Sorelle che giorno dopo giorno con fede e amore vivono in silenziosa unione a Dio.
          Anche i Genitori nei confronti dei propri figli ricorrono all'aiuto efficace della preghiera, sapendo che i figli sono prima di tutto di Dio e Lui col suo cuore di Padre provvede loro senza sosta.
          Quando poi si accorgono che i loro consigli non sono più accettati, la loro voce li infastidisce, non si scoraggiano affatto, ma fiduciose si rivolgono ai loro Angeli Custodi - questi Compagni di viaggio invisibili, ma presenti e sempre pronti a compiere la Volontà di Dio per il bene di quanti sono stati loro affidati – affinché li consiglino e li invoglino a percorrere strade giuste.
          Ugualmente i giovani, man mano che crescono in età e gli impegni si fanno più consistenti, non devono tralasciare gli aiuti spirituali, particolarmente i sacramenti e la preghiera confidente.
Devono crescere nella vita cristiana, coscienti di quanto amore Dio li circonda e di come attende il loro amore, affinché in Lui la realizzazione della vita sia piena, gioiosa, altruistica, pura.
Incoraggianti al riguardo le parole del Salmo 118:
           “Come potrà un giovane tenere pura la sua vita? Custodendo le tue parole”(v. 9).
           “Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato” (v. 11).
          Dai brevi passi salmici riportati, si comprende tutto il fascino ed il realismo che essi contengano: davvero parole di vita, sacre, ispirate. Con esse nel cuore e sulle labbra la Chiesa quotidianamente prega a nome, per e con l'umanità, memore anche del saggio avvertimento di Gandhi:
“Quando si prega, è meglio avere un cuore senza parole che parole senza cuore”.
          La lode, il ringraziamento, l’intercessione, la supplica ed tanti altri sentimenti che si rincorrono nei 150 salmi - il Salterio è il libro dell'Antico Testamento più letto perché più pregato - li ritroviamo tutti nella preghiera per eccellenza insegnataci da Gesù, il Padre nostro: preghiera neotestamentaria, evangelica, apportatrice cioè della buona notizia che Dio ci è Padre.
          Recitiamo allora questa magnifica preghiera sempre più convinti e riconoscenti al Signore Gesù, volendo a nostra volta rivolgergli la stessa richiesta dei primi apostoli:
Signore, insegnaci a pregare!”.

         Suor Josefa priora Benedettine