I NEMICI DELLA CROCE DI CRISTO


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E’ di questi giorni la notizia allucinante di un insegnante di un istituto tecnico di Lecco che è salito su una scala ed ha tolto il crocifisso in capo alla porta che dava accesso al laboratorio e l’ha gettata nel cestino. Solo che la porta era stata lasciata aperta dall’insegnante e alcuni studenti che passavano hanno assistito alla ripugnante scena e hanno avvisato il preside. Il crocifisso è ritornato al suo posto ed il professore ha dovuto mettere le scuse per iscritto. Nella Lettera ai Filippesi (3, 18), San Paolo parla "dei nemici della croce di Cristo". Non si tratta qui degli avversari della fede cristiana e dei persecutore dei discepoli di Cristo e della Chiesa. Il punto di vista di San Paolo è di denunciare l’opposizione fatta nel mondo alla croce di Cristo, al suo insegnamento di penitenza, all’appello di Gesù : "Se qualcuno vuole seguirmi rinneghi se stesso, porti la sua croce e mi segua". Questa "croce di Cristo", prototipo di ogni croce umana, della "(nostra) croce", incontra "(dei nemici)" in degli uomini "che vanno per il loro cammino", avendo fatto, secondo la forte espressione di San Paolo, "loro dio il ventre. Essi si vantano di cose di cui dovrebbero arrossire, essi non amano che le cose materiali, che la terra". Crapulatori di ogni categoria, vittime della triplice concupiscenza, l’orgoglio, la lussuria, la frenesia di sembrare, ecco l’assemblea numerosa intorno ai beni puramente terrestri, uomini di danaro, di piacere, degli assetati di onori, di tutti i vantaggi di questo mondo e veramente in inimicizia dichiarata o silenziosa ma reale con "la croce di Gesù". Poveri uomini ! Povero mondo ! La vita soprannaturale ed anche la vita spirituale, semplicemente, senza che sia esaltata fin al piano specificatamente divino del soprannaturale, hanno bisogno d’ideale e comportano un’indispensabile rinuncia. Il compimento puro e semplice del dovere non va senza abnegazione, senza trionfo sul proprio egoismo, dalle radici e dalle spinte multiple. Dal dovere che è un obbligo stretto fin all’eroismo della virtù, della giustizia rigorosa senza la quale noi priviamo Dio ed il prossimo di quello che noi dobbiamo loro rispettivamente fino al dono totale di sé nella santità eroica e lo zelo totale, vi sono tutti i gradi e tutte le sfumature, ma, alla base ed al vertice, la croce è il segno della vita conforme alla volontà di Dio, al bene del prossimo ed alla società umana. Se vi fosse maggiormente il culto della croce nello spirito e nel cuore degli uomini, vi sarebbero meno miserie, concezioni folli e criminali ! Senza l’esaltazione della croce nell’anima degli uomini e nel mondo contemporaneo, non si dissiperà l’atmosfera pesante e coperta di nubi sempre pronte ad esplodere in piogge devastatrici e rovinose per la pace e la felicità umane. "La croce di Cristo", "stendardo" della Redenzione, del popolo di Dio, di ogni uomo sensibile e comprensivo davanti a questo segno della più grande e della più fraterna assemblea umana !

don Marcello Stanzione - Pontifex

LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE - II^ PARTE

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Non si tratta, come per altri, di farla finita per non aver più da soffrire o da subire, e cominciare con la morte a “stare in pace” una volta per sempre, perché questo è un modo insensato di allontanare Dio dalla propria esistenza, escludendolo persino dall'ultimo orizzonte. La verità è che, pur vivendo, la fede è già morta, quindi si vive già in quel buio interiore che attraverso il gesto estremo si vuole eternizzare.

Il soffrire, cioè, non è mai stato elevato in preghiera, in umile implorazione di aiuto a Dio, non solo come ha fatto Elia, ma anche Ezechia, re di Giuda. Questi, colpito da una malattia mortale, quando si vide predetta dal profeta Isaia la fine imminente tanto pianse e tanto pregò il Signore che fu esaudito ottenendo una dilazione di tempo di altri quindici anni! (cfr. Is 38,1-5).

Altre due figure bibliche sono prese dallo stesso sconforto di Elia e invocano la morte. Sono Tobi, il quale, oltre a soffrire per la cecità, viene pesantemente umiliato dai rimproveri ironici della moglie. Si rivolge allora a Dio sfogando la propria amarezza:

«Ora, Signore, ricordati di me e guardami… Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa che io parta verso l’eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia e così non sentirmi più insultare!». (Tb 3,3.6).

Contemporaneamente una giovane, Sara, loro parente, prova un’angoscia mortale per gli umilianti insulti che una serva non le risparmia:

«“Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere. Perché vuoi battere noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non abbiamo mai a vedere né figlio né figlia”. In quel giorno dunque essa soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l’intenzione di impiccarsi. Ma tornando a riflettere pensava: “…Farò meglio a non impiccarmi e a supplicare il Signore che mi sia concesso di morire, in modo da non sentire più insulti nella mia vita”».

E afflitta prega:

«“Ora a te alzo la faccia e gli occhi. Di’ che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti... Io sono l’unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti”.

In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio e fu mandato Raffaele a guarire i due» (3,8-17).

Le sofferenze morali di Tobi e Sara rivelano quanto facilmente si può far soffrire una persona bersagliata senza pietà di insulti, calunnie, sospetti spesso infondati, che possono portare a desiderare la morte. Quanto male può causare la lingua, ce lo ricorda S. Giacomo nella sua lettera:

Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (3,3-6).

Chi subisce simili ingiustizie ha motivi per soffrire, ma se è credente riesce a farsi consigliare dal Salmo 54:

Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno, mai permetterà che il giusto vacilli

(v. 23).


Suor Josefa - Priora Benedettina

SINDONE: DAL 1° DICEMBRE PRENOTAZIONI ON LINE PER L’OSTENSIONE

Sindone

Si prenota on line la visita alla Sindone.

Dal prossimo 1° dicembre, collegandosi al sito www.sindone.org

sarà possibile scegliere il giorno e l’ora e prenotare così la visita gratuita. “Consiglio a tutti coloro che possono – suggerisce don Giuseppe Ghiberti, presidente del comitato diocesano per l’ostensione – di venire nei giorni feriali. Meno affollati, si potrà sostare qualche momento in più davanti al Telo”. Infatti, riferisce il sacerdote, le prenotazione dei gruppi (già aperte da un mese) sono numerose e riguardano soprattutto il sabato e la domenica. Le richieste provengono da tutto il mondo, ed è proprio la grande attenzione dei credenti che vivono nei Paesi dell’Europa orientale (tanti quelli che arriveranno dalla Russia) alla base della scelta di tradurre il sito, oltre che in inglese, francese, spagnolo e tedesco, anche in russo. Gli organizzatori ipotizzano che nel periodo dell’ostensione (10 aprile–23 maggio) passeranno davanti alla Sindone 1,5-2 milioni di pellegrini, che verranno accolti da quasi quattromila volontari. E, tra i pellegrini, il 2 maggio vi sarà pure Benedetto XVI.


Fonte:
www.agensir.it

LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE (I Re 19,1-8) 1^ PARTE

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La creazione di Adamo - Michelangelo Buonarroti
Cappella Sistina

Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: “Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli”.

Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto il ginepro.

Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: “Alzati e mangia! ”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: “Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Quando m'imbatto in questo brano del Primo Libro dei Re, mi fa sempre un certo effetto l'angoscia mortale del profeta Elia, per cui esclama: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri.

Vi scopro, infatti, grandi verità e insegnamenti sul perché del vivere e del morire sia nei confronti di Elia stesso in quel drammatico momento sia di tante altre vite frustrate da ingiustizie, emarginazioni ed altri mali.

Quante persone - di tutte le età e di tutti i tempi - presto o tardi escono con lamenti di questo tipo: Basta! La faccio finita. Per me, la vita è qualcosa di insostenibile, non la sopporto più... Che senso ha vivere sempre da disperati!…e così via!

Soprattutto poi quando uno può sinceramente dire: Ho fatto tanto, ce l'ho messa tutta e adesso sta andando tutto alla malora, va a finire in niente per la sgambetta di questo, per la disonestà di quello, per l'egoismo di quell'altro.

Oppure quando, per inesperienza giovanile, dopo aver tanto sognato a occhi aperti, si vedono crollare speranze e ideali; così, al morire di altrettanti miraggi, come ultimo desiderio resta quello di voler morire sul serio, perché ormai non si spera più in nulla.

Tutto questo è umano, miseramente umano, comprensibile che si giunga - e non certo a cuor leggero - a talune allucinanti decisioni.

Lo stesso Elia è arrivato a tanto, ma forse, proprio lui che ha fatto questa estrema disperata esperienza, ha qualcosa di positivo da offrirci, qualcosa che può persino farci stornare da simili pensieri di morte.

Molto umana perciò l'esclamazione del Profeta: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita...

Non si permette di dire: Mi tolgo la via e sia finita! No! La sua è una stupenda preghiera che innalza fino al cuore di Dio. Elia prega perché credente ed è da credente che serve il suo Signore nell'amore e nel timore.

Sa bene, quindi, che non può, non deve pronunciare lui la parola “fine” alla propria vita, in quanto stabilita solo da Dio, il quale, come ha provveduto a darle inizio così la condurrà al suo termine.

Signore, prendi la mia vita! Come a dirgli:

Signore, tu che vedi quante ne sto passando per mano dei nemici che ora vogliono togliermi la vita, tu che sai tutto sul mio conto... deduci con me e per me di “prenderti la mia vita”.

Sì, prenditela questa mia povera e combattuta vita. Se lo fai tu, io evito il suicidio, l'andare contro il tuo comandamento: non uccidere! (Es 20,13).

Elia, dicendo a Dio: Prendi la mia vita, non fa altro che affidargliela con un grande atto di fiducia e di abbandono.

In fondo lui non vuol morire, ma vedendola minacciata, vuole metterla al sicuro, in mani buone che non le faranno del male. Sa che rimettendola in Dio non la perderà ma la ritroverà (cf Mc 8,35).


Suor Josefa - Priora Benedettina