La creazione di Adamo - Michelangelo Buonarroti
Cappella Sistina
Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: “Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli”.
Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto il ginepro.
Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: “Alzati e mangia! ”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: “Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Quando m'imbatto in questo brano del Primo Libro dei Re, mi fa sempre un certo effetto l'angoscia mortale del profeta Elia, per cui esclama: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri.
Vi scopro, infatti, grandi verità e insegnamenti sul perché del vivere e del morire sia nei confronti di Elia stesso in quel drammatico momento sia di tante altre vite frustrate da ingiustizie, emarginazioni ed altri mali.
Quante persone - di tutte le età e di tutti i tempi - presto o tardi escono con lamenti di questo tipo: Basta! La faccio finita. Per me, la vita è qualcosa di insostenibile, non la sopporto più... Che senso ha vivere sempre da disperati!…e così via!
Soprattutto poi quando uno può sinceramente dire: Ho fatto tanto, ce l'ho messa tutta e adesso sta andando tutto alla malora, va a finire in niente per la sgambetta di questo, per la disonestà di quello, per l'egoismo di quell'altro.
Oppure quando, per inesperienza giovanile, dopo aver tanto sognato a occhi aperti, si vedono crollare speranze e ideali; così, al morire di altrettanti miraggi, come ultimo desiderio resta quello di voler morire sul serio, perché ormai non si spera più in nulla.
Tutto questo è umano, miseramente umano, comprensibile che si giunga - e non certo a cuor leggero - a talune allucinanti decisioni.
Lo stesso Elia è arrivato a tanto, ma forse, proprio lui che ha fatto questa estrema disperata esperienza, ha qualcosa di positivo da offrirci, qualcosa che può persino farci stornare da simili pensieri di morte.
Molto umana perciò l'esclamazione del Profeta: Ora basta, Signore! Prendi la mia vita...
Non si permette di dire: Mi tolgo la via e sia finita! No! La sua è una stupenda preghiera che innalza fino al cuore di Dio. Elia prega perché credente ed è da credente che serve il suo Signore nell'amore e nel timore.
Sa bene, quindi, che non può, non deve pronunciare lui la parola “fine” alla propria vita, in quanto stabilita solo da Dio, il quale, come ha provveduto a darle inizio così la condurrà al suo termine.
Signore, prendi la mia vita! Come a dirgli:
Signore, tu che vedi quante ne sto passando per mano dei nemici che ora vogliono togliermi la vita, tu che sai tutto sul mio conto... deduci con me e per me di “prenderti la mia vita”.
Sì, prenditela questa mia povera e combattuta vita. Se lo fai tu, io evito il suicidio, l'andare contro il tuo comandamento: non uccidere! (Es 20,13).
Elia, dicendo a Dio: Prendi la mia vita, non fa altro che affidargliela con un grande atto di fiducia e di abbandono.
In fondo lui non vuol morire, ma vedendola minacciata, vuole metterla al sicuro, in mani buone che non le faranno del male. Sa che rimettendola in Dio non la perderà ma la ritroverà (cf Mc 8,35).
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