LA PACE



          Questa benefica parola “pace” è antica e pur sempre nuova. È pronunciata in ogni ambito: da quello religioso a quello politico e sociale. È pregata in ogni religione. È auspicata in ogni nazione.

          La Liturgia del Primo Giorno dell’Anno ci offre nella Prima Lettura la solenne benedizione di Dio sull’amato popolo d’Israele, riportata nel Libro dei Numeri:

                                 Ti benedica il Signore e ti protegga.

                                 Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio.

                                 Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace.

                                 Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò” (6,24-27).

Il pio israelita e il cristiano la chiedono nei salmi, negli inni, nelle suppliche penitenziali e nelle varie intenzioni liturgiche.

            C’è la pace che assurge a beatitudine declamata da Gesù stesso: Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9).

          Nel donarla ai Suoi discepoli, ci terrà a precisare che la “sua” non è come quella che dà il mondo: Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io la do a voi (Gv 14,27); e aggiunge: In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi (Lc 10,5-6).

          Quando risorto appare agli apostoli, nel rivolgere il saluto non ha di meglio da augurare che: Pace a voi! (Gv 20,21); sapeva infatti quanto erano in preda alla paura, davvero in uno smarrimento tale che li lasciava senza pace. Non ha fatto un solo cenno alla loro totale debolezza conclusasi con la fuga il Giovedì precedente nell’Orto degli ulivi. Non li ha apostrofati, come fece in un’altra occasione: Uomini di poca fede (Mt 8,26) oppure, come ai discepoli di Emmaus: Stolti e tardi di cuore… (Lc 24,25). No, ha donato quello di cui in quel momento avevano veramente bisogno: la sua pace!

          C’è la pace francescana, desiderata e proclamata da San Francesco tanto da farne il suo motto e saluto: “pace e bene” che i suoi figli continuano a donare con gioiosa umiltà evangelica a quanti incontrano.

          C’è la pace benedettina, con cui i figli di San Benedetto accolgono gli ospiti, i poveri e i pellegrini che giungono alle loro abbazie e monasteri. Leggiamo nella Santa Regola:

Il Signore, cercandosi il suo operaio tra la moltitudine del popolo cui rivolge un appello, di nuovo dice: C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene? Se, all’udirlo, tu rispondi: Io, così ti soggiunge il Signore [citando il Salmo 33]: Se vuoi avere la vera ed eterna vita, preserva la tua lingua dal male, le tue labbra da parole bugiarde; sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila (Prologo, 14-17).

Nello scorrere della vita comunitaria possono presentarsi situazioni difficili, anche incresciose. Al fine di salvaguardare la pace, San Benedetto si premura di togliere quegli ostacoli che possono insediarsi nel cuore del monaco e fargli perdere questo bene prezioso. Tra i tanti strumenti che elenca nel cap. IV della Regola, intitolato “Gli strumenti delle buone opere”, gliene offre alcuni molto efficaci quanto pratici:

                 Non dare pace falsa (n. 25).

                      Tornare in pace, prima che tramonti il sole, con chi è in discordia con noi  (n. 73).

          pace, quindi, che è dono di Dio, ma anche frutto dell’impegno di monaci e oblati - come pure di ogni cristiano - i quali - col divino aiuto (cf RB, cap. 1,5) - accettano quanto dispone o permette la Sua provvidente Volontà, si lasciano smussare dalle vicende della vita, e, solo in una visuale di fede, cioè, di abbandono e fiducia in Lui, riescono a perseverare fino alla fine (Prologo, 50): fine che coinciderà con l’i-nizio dell’eterno presente. Ogni “oggi” terreno, così vissuto, si immette già in quello eterno, dove l’amore e la pace, la gioia e la giustizia si abbracceranno per sempre (cf Sal 85,11).  

          Anni fa ad una Consorella Clarissa avevo donato una piccola Regola benedettina con questa dedica “franco-benedettina”: pace e bene nell’ora et labora! Quattro paroline tanto semplici ma altrettanto grandi perché racchiudono un programma di vita che coinvolge in modo particolare l’intera esistenza di una Claustrale: preghiera, lavoro e offerta di sé, secondo il carisma del proprio fondatore, unicamente per la gloria di Dio e per la pace e il bene di tutti i fratelli.

           

          C’è pure la pace artificiale che, però, riserva ai suoi aderenti l’amaro sapore del menefreghismo, del lasciar fare agli altri, appunto, ed essere lasciati “in pace”, del “non casciarsela” per nulla e per nessuno…e così via. Che inutile e infruttuoso logorio di energie per alimentare questa subdola pace!

          C’è la pace del mondo che fa ripiegare egoisticamente su di sé, all’occorrenza sfruttando gli altri a proprio uso e consumo. L’egoista non è altro che un altruista con se stesso! Invece, la pace di Cristo fa divenire dono sia colui che la porge sia colui che la riceve, lasciando entrambi nella gioia!

          Come non ricordare il grande, instancabile “Costruttore di pace”, il Beato Giovanni Paolo II, del resto, degno e fedele continuatore dei suoi lodevoli Predecessori, anch’essi nostri contemporanei?

Sempre attento alle ispirazione dello Spirito Santo rese memorabile l’incontro di preghiera per la pace che realizzò ad Assisi nell’Ottobre 1986 invitando indistintamente tutti i Capi Religiosi. Quanto armonioso rispetto di ogni specifica spiritualità in una singolare ed esemplare fusione di cuori!

          Per il suo stemma papale il Beato Giovanni XXIII aveva scelto il motto: Obœdientia et Pax e prima di morire aveva donato alla Chiesa e all’umanità la splendida enciclica “Pacem in Terris”.

          Il motto scelto dal card. Dionigi Tettamanzi per il suo stemma è: Gaudium et Pax.

          Gli stessi documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II ne hanno delineato e sviluppato tutta l’im-portanza e l’urgenza nulla tralasciando al fine di giungere ad una convivenza sempre più rispettosa e solidale tra tutti i popoli.

          Ad essi si sono aggiunti i ripetuti e accorati appelli pontifici rivolti direttamente ai Capi di Stato e a tutti gli uomini di buona volontà.

          A favore della pace si indicono adorazioni, fiaccolate, cortei, convegni, concerti e incontri di vari tipi in cui si vedono coinvolti uomini della cultura, dello sport, dello spettacolo.

          Si spiega tanta insistenza nella misura in cui la pace - bene tanto grande, troppo indispensabile per garantire una serena stabilità di rapporti - è nello stesso tempo sempre insicura, minacciata, e addirittura da più parti inspiegabilmente non voluta, combattuta. Lo conferma il fatto che ogni volta che le voci autorevoli dei Papi si sono alzate per scongiurare qualunque genere di guerra…non sono mai state ascoltate e queste, pensate e volute, si sono puntualmente e atrocemente realizzate. Ancora oggi, purtroppo, sono messe in calendario e progettate!

          Con grande conforto prendiamo atto che la pace è: pregata nei salmi - letta nella Sacra Scrittura - donata come saluto - offerta come segno di accoglienza - implorata quando viene compromessa a cominciare dal semplice contesto familiare fino ad arrivare ai conflitti tra le nazioni.

Ma tutto ciò appare quasi ben poca cosa se si pensa che ogni giorno la pace è addirittura celebrata nello svolgersi della liturgia eucaristica, quindi acquista un valore e un’efficacia infiniti che fanno comprendere ancora di più come sia prima di tutto dono di Dio.

          Scorrendo passo passo la celebrazione si constaterà quanto è vero.

·      SALUTO INIZIALE

     Le varie formule di saluto che il celebrante rivolge all’assemblea attingono quasi sempre dalle Lettere di San Paolo e iniziano con un augurio di pace:

     -    La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi.

     -    Il Dio della speranza, che riempie di ogni gioia e pace nella fede per la potenza dello Spirito Santo, sia con tutti voi.

     -    La pace, la carità e la fede da parte di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi.

     -    Fratelli, eletti…, grazia e pace in abbondanza siano con tutti voi.

·      GLORIA

     -    Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.

          È quella stessa pace proclamata dagli Angeli a Betlemme.

·      SCAMBIO DEL SEGNO DI PACE  

     -   La pace del Signore sia sempre con voi.

     -   Scambiatevi un segno di pace. 

     -    In Cristo, che ci ha resi tutti fratelli con la sua croce, scambiatevi un segno di riconciliazione e di pace.

     -    Come figli del Dio della pace, scambiatevi un gesto di comunione fraterna.

     -    Nello Spirito del Cristo risorto datevi un segno di pace.

     -    Secondo l’ammonimento del Signore, prima di presentare i nostri doni all’altare, scambiamoci un segno di pace.

     -    Sia pace tra voi.

·      PREGHIERA EUCARISTICA I

     -    Noi te l’offriamo [il sacrificio] anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace e la protegga, la raccolga nell’unità e la governi su tutta la terra…

     -    Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti.

     -    Ricòrdati, o Padre, dei tuoi fedeli che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. A loro, o Padre, e a tutti quelli che riposano in Cristo, dona la beatitudine, la luce e la pace.

·      PREGHIERA EUCARISTICA III

     -    Per questo sacrificio di riconciliazione dona, Padre, pace e salvezza al mondo intero. 

     -    Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo… 

·      PREGHIERA EUCARISTICA IV

     -    Ricòrdati anche dei nostri fratelli che sono morti nella pace del tuo Cristo… 

·      RITI DI COMUNIONE

     -    Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni… 

     -    Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà.

     -    La pace e la comunione del Signore nostro Gesù Cristo siano sempre con voi.

     -    La pace del Signore sia sempre con voi.

     -    Rito romano: Agnello di Dio… terza petizione: dona a noi la pace.

·      CONGEDO DELL’ASSEMBLEA

     -    Rito ambrosiano: Andiamo in pace. Un sacerdote congedava i fedeli in questo modo: Andiamo a portare la pace.

     -    Rito romano: La Messa è finita: andate in pace.   

          Parafrasando, è nato questo scherzoso invito: La pace è finita: andate alla Messa.

          La risposta: Rendiamo grazie a Dio non è perché finalmente la celebrazione è finita, ma è il “grazie” a Dio che ci ha consentito, partecipando alla Messa, di tuffarci sempre più nella Sua pace e, così “inzuppati”, andare colmi di gioia a donarla lungo la giornata, dove si svolge la nostra celebrazione esistenziale.

          Sì, la pace - celebrata liturgicamente in Chiesa - va poi celebrata nel dipanarsi della giornata: siamo noi ora i celebranti e l’assemblea è sostituita dalla comunità familiare, religiosa, lavorativa, di volontariato, di svago.

          Alla pace è stato dedicato il Primo Giorno dell’Anno, ogni volta proposta con uno slogan rivelatore di quanto nell’anno precedente si era riusciti a facilitarla o ancora ad ostacolarla.

          Per il Santo Padre è divenuta esplicita occasione per fare il punto della situazione mondiale, focalizzando l’inderogabile urgenza di impegnare tutte le forze per poterla realizzare.

          Pensando alle tante “Giornate per la Pace”, con la Chiesa e l’intera umanità ho sempre attinto tanta speranza e incoraggiamento nel sapere che dalla celebrazione del Primo Giorno dell’Anno fino al 31 Dicembre ogni giorno ininterrottamente essa è invocata, pregata, celebrata nei più svariati contesti: liturgico, familiare, sociale, politico.

          Pace voluta e ricercata con costanza dagli uomini di buona volontà a qualunque popolo, razza, religione appartengano, a pieno titolo riconosciuti figli di Dio perché costanti “costruttori di pace”.

          Dalla pace sgorga l’alta qualità della vita.

          Con la pace c’è il rispetto e il trionfo di ogni altro valore.

          Nella pace tutto ritrova la sua originaria bellezza ed il cuore è libero da ogni turbamento.

          Per la pace si dà la vita, perché vale più della vita.

          Dove non c’è pace è offesa la dignità umana e calpestata la vita.

          La pace è tanto necessaria al nostro benessere spirituale da essere desiderata prima di qualunque altro bene, perché espressione della piena armonia con Dio, con se stessi, con gli altri e con il creato.

          Senza la ritrovata pace non ci si rialza, non si ricomincia, e neppure si riparte, perché si è nella totale paralisi. Come non pensare al beneficio altamente spirituale e psicologico quando possiamo ascoltare le parole del Sacerdote: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre…. Va’ in pace! L’iniziale fatica che avvertiamo quando ci inginocchiamo ad un confessionale è immensamente ripagata dalla grazia del perdono ottenuto; si ridiscende leggeri, contenti perché il cuore può gustare di nuovo la pace perduta.

          Veramente solo il cuore riappacificato può riprendere ad esplodere di gioia, tornare a pulsare: è il vero trionfo del bene sul male commesso, è quella rinascita spirituale che Gesù indicava e consigliava a Nicodemo (cf Gv 3,3).

          È questa pace interiore a qualificare la vita, a riempirla di opere buone, a renderla vivibile, liberandola di volta in volta da ogni possibile inquinamento interno ed esterno.

          Rimane pur vero che la pace va ogni giorno costruita, difesa, riparata, implorata, e perché avvenga, ecco la soluzione più efficace: ogni giorno è celebrata, cioè, continuamente inserita, associata e assimilata nell’unica offerta sacrificale di Cristo, nostra pace (Ef 2,14), per la gloria del Padre e la redenzione del mondo.

          Una domanda a questo punto s’impone: cosa comporta, allora, l’andare a Messa?

Convinti dell’infinito amore con cui Dio ci avvolge in modo particolare in ogni celebrazione eucaristica, ci trasformiamo in persone “pacificate” dalla divina Misericordia prima di tutto con noi stessi, quindi capaci più facilmente di risolvere i personali conflitti, in quanto illuminati e guidati dal Vangelo, per cui diveniamo vere pagine viventi sia dei suoi messaggi, con tutta la forza liberante che sprigionano, sia degli stessi comportamenti di Gesù fino all’attuazione del mistero pasquale di morte e risurrezione per l’umana salvezza.

      Dal beneficio personale che ne traiamo possiamo poi farci “portatori di pace” a quanti avviciniamo, perché tutto ormai vediamo, ascoltiamo, operiamo solo in vista della Pace, solo a favore della Pace, che man mano assumerà nomi e atteggiamenti volti al bene altrui.

      Con sincero spirito francescano, vogliamo soprattutto pregare così:  

                                                O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace:

                              dov’è odio, fa' ch’io porti l’Amore,  dov’è offesa, ch’io porti il Perdono,

                              dov’è discordia, ch’io porti l’Unione,  dov’è dubbio, ch’io porti la Fede,

                              dov’è errore, ch’io porti la Verità,  dov’è disperazione, ch’io porti la Speranza,

                              dov’è tristezza, ch’io porti la Gioia,  dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

                              O Maestro, fa’ ch’io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare;

                              di essere compreso, quanto di comprendere; di essere amato, quanto di amare,

                              poiché è dando, che si riceve; perdonando che si è perdonati;

                              morendo, che si risuscita a Vita eterna. Amen. 

Suor Josefa priora Benedettine

  

CONSOLATI...CONSOLIAMO!

            L'uomo è per sua natura un essere socievole, quindi il meglio per lui è stare con gli altri, non da solo. Ne troviamo conferma già nel primo libro della Sacra Scrittura, avallato da Qoèlet:

                   Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile (Gn 2,18).

                   Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica.

                   Se vengono a cadere, l'uno rialza l'altro.

                   Guai a chi e solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi (Qo 4.9-10).

                   (aggiungo) "Guai a chi è solo: se è triste, depresso, non ha nessuno che lo consoli".

            Il bene del vivere insieme rimane vero anche oggi, quantunque, per motivi davvero caratteristici di questo tempo, non poche persone, giovani soprattutto, lasciano l'ambito familiare e scelgono di vivere da single. Ma è lo stare con gli altri che fa assaporare tutta la bellezza e la ricchezza, come bene si esprime il Salmo 132:

Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! (v. 1 ).

           Tuttavia, questa riuscita non è sempre così scontata. Possono, infatti, sorgere difficoltà, incomprensioni, pregiudizi ed altro, che vanno ad incrinare i rapporti più belli quali quello coniugale, familiare, di parentela, amicale, comunitario, parrocchiale, sociale, lavorativo, associativo, politico.

           Il fatto è che ognuno si relaziona con gli altri portatore della propria positività e negatività. Succede perciò che alle più ottimali intenzioni si mescolano le più grette passioni e istintività, dovute al carattere, alle potenzialità di cui uno è più o meno dotato, all'educazione ricevuta.

           La causa principale deriva - comunque e sempre - dalle conseguenze del peccato originale che ogni mortale ha ricevuto "in dote" dai progenitori: ereditario, quindi, di forti tare comportamentali, e così... il vivere si è fatto più faticoso.

           Il lavoro, per esempio, che doveva essere piacevole, è invece sudato, ostacolato e soprattutto oggi insicuro. È ancora la Genesi a dame la chiara motivazione:

All'uomo [Dio] disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: “Non me devi mangiare”, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane: finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gn 3,17-19).

            Effettivamente l'esistenza è seminata di prove, tribolazioni, peccati, malesseri fisici, psichici, morali, causati da noi o da altri e in qualche modo divengono altrettante croci che spesso ci trasciniamo dietro e dentro e ci affliggono non poco. Cito due salmi che sono in questa stessa linea:

                            Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,

                            ma quasi tutti sono fatica, dolore: passano presto e noi ci dileguiamo (SI 89,10).

                            Si consuma nel dolore la mia vita, i miei anni passano nel gemito (SI 30,11).

Anche il salmo 125 richiama questa realtà: nello stesso tempo, con le sue fasi alternative, si accosta bene al libro del Qoèlet:

                                 Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.

                                 Nell'andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare,

                                 ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni (vv. 5-6).

            Per parte sua il Qoèlet presenta un elenco di svariate vicissitudini che ingemmano la vita, per cui a tempi di gioia si susseguono tempi di dolore, a tempi di incontri tempi di separazioni; a tempi di desideri tempi di delusioni; a tempi di fede tempi di aridità spirituale; a tempi di grazia tempi di peccato e cosi via (cf Qo 3-1-8).

                Tutto ciò rivela come la psiche umana, e di conseguenza anche l'umore, sono tanto instabili, fragili, incoerenti, e non tardano a manifestare conseguenti stati d'animo di intima sofferenza in cui è un incalzare di angosce, depressioni, paure, disperazioni: avvisaglie di probabili disturbi psicosomatici, rivelatori appunto dei limiti umani giunti al massimo esaurimento.

            Ecco, allora, l’urgente bisogno di lanciare disperati "SOS" per riuscire a sopravvivere, cercando "sconsolati" qualche consolazione in un appoggio, uno sfogo, un aiuto su cui poter contare per trovare la forza di rimanere in piedi, di stare a galla, di non soccombere.

            È la fame e sete di felicità a far cercare in tutte le maniere un po' di consolazione, cioè, quella via d'uscita dalla prova, dalla sofferenza, dalla disperazione per essere nuovamente sereni, felici.

            Ma, a chi chiedere aiuto? Da chi andare?

Anche in questo caso si potrebbe accostare il detto: Dimmi da chi vuoi essere consolato e ti dirò chi sei e persino che tipo di consolazione avrai. Meglio ancora, dirai tu stesso chi sei e quale consolazione desideri.

            Se chiediamo consolazione al mondo, cosa possiamo aspettarci di valido, di bello?

            Beh, il mondo ha senz'altro qualcosa di suo da suggerire: farà di tutto per "cancellare", "vanificare" ogni presenza di sofferenza e far assaporare subito "qui e adesso" quella sua gioia inebriante dai mille nomi, mille vesti, mille esperienze che oggi hanno davvero dell'inverosimile, avendo raggiunto la più sfrenata stravaganza e illogicità morale, persino con approvazioni legali.

            Quanto il permissivismo ha lavorato con liberalità sulle coscienze!

            E quanti, prestando fede ad accattivanti sirene, iniziano tali consolanti terapie!

            Ciechi e sordi ad ogni altro equilibrato consiglio, anzi, credendo fortemente (ma di debolezza si tratta) in simili miraggi, vi si buttano a capo fitto, ritrovandosi ben presto - l’inganno è sempre ben mascherato - letteralmente "a terra". Sfiduciati più di prima, si aggrapperanno, allora, all'ultima àncora di salvezza, all'ultima cupa consolazione... finendo volontariamente "sottoterra".

            La morte, che già spadroneggiava sul loro spirito, può ora impossessarsi a pieno diritto e con facilità della stessa vita. Ha creduto di far fare l'identica fine anche all'Uomo-Dio, Cristo Gesù, gettandoglisi furiosamente addosso per carpirgli la vita e, in un primo momento, ci è riuscita. Ma - sorpresa! - Lui l'ha clamorosamente sconfitta risorgendo. Non solo. L' illusa vincitrice, ormai disillusa, si è vista costretta a restituirgli le stesse vittime, proprio perché da Lui "riscattate" con il Suo sacrificio redentivo, affinché tornassero a percorrere l’unica giusta via della consolazione: quella divina.

Andiamo, allora, a farci consolare da Dio.

Andiamo dallo Spirito Paraclito (che significa Consolatore).

Andiamo dai Ministri della Chiesa: uomini che hanno ricevuto da Dio lo specifico mandato di essere consolatori dei loro fratelli, soprattutto attraverso il Sacramento della Confessione.

           Dal libro "Perdono e pace" di Alfred Wilson, Edizioni Paoline 1956, stralcio alcune ponderate considerazioni:

            [Intervento di una signora protestante ad una conferenza] «Voi avete detto che la confessione è molto consolante; io conosco un'amica cattolica, che va alla confessione con fatica, e non senza un certo affanno; parla di molti cattolici ai quali la confessione costa la stessa fatica. Come può dunque la confessione essere consolante, se coloro che si confessano si sentono a quel modo?» A quella domanda fu risposto così: «Voi avete domandato alla vostra amica come si sentiva nell'entrare in confessionale; ma non le avete chiesto quale era il suo stato d'animo nell'uscirne» (p. 6).

            I mali del corpo trovano sollievo e guarigione nell'ospedale, quelli dell'anima nel confessionale. Nessuno va dal dottore o dal dentista per divertimento. Neppure a confessarci ci si va per divertirsi. Per la sua stessa natura la confessione non può essere piacevole. Non è il confessarsi che consola, ma ciò che la confessione dona all'anima (p. 7).

            L'uomo che ha il cuore in tempesta ha bisogno di sentire le parole del Maestro: «Non temere... la pace sia con te... io ti assolvo... i tuoi peccati ti sono perdonati... va' in pace» (p. 14).

            [Gesù] ha preso la pratica della confessione, che è necessità naturale, l'ha facilitata e l'ha innalzata elevandola alla dignità di sacramento. E ha reso il compito, inevitabilmente difficile, di confessarsi, il più facile possibile. Noi ci confessiamo in segreto; possiamo scegliere il sacerdote che vogliamo; al caso possiamo anche confessarci ad uno che non ci conosce; o ad uno che, probabilmente, non ci vedrà mai più. Ci confessiamo in segreto ad un uomo che è legato al più stretto segreto. E ancora, ci confessiamo ad un uomo, che è preparato non solo ad ascoltarci con tenerezza paterna, ma anche ad istruirci, consigliarci, curarci (p. 17).

            Ottima cosa, allora, poter contare su un buon direttore spirituale, meglio se è anche confessore!

            La grazia sacerdotale lo rende, in effetti, capace di addentrarsi in certe sofferte situazioni senza esserne coinvolto e convogliare tutte quelle potenti energie che il dolore stesso genera e palesa per elevarle a Dio.

            Prende tutto quel dolore tra le sue mani consacrate e lo inserisce nel sacrificio eucaristico in cui Cristo costantemente si offre al Padre in riparazione dei peccati e per la salvezza di tutti i fratelli.

            Qui sta la grandezza del soffrire, perché sarà dal soffrire e offrirsi di Cristo fino a morire - mistero che non riusciremo mai abbastanza a sondare - che guarderemo con occhi diversi il nostro soffrire, potrà placarsi un po’ la foga degli innumerevoli “lamenti, in quanto prima del nostro dolore e insieme al nostro dolore c'è il Suo dolore che ci scuote e ci interpella.

            Cosi sorretti e illuminati, possiamo fare questa consolante scoperta: anche il nostro dolore - qualunque nome abbia e di qualunque portata sia - è un mistero esso pure insondabile, e come tale va quindi ancor più rispettato, accettato, amato, nonostante il perdurare della cruda sofferenza che fa versare cocenti lacrime.

            Possono, allora, continuare a gridare nella mente ed agitarsi nel cuore i più angoscianti “perché?, umanamente comprensibili, ma con una pazienza a tutta prova dobbiamo e possiamo arrivare a pronunciarli senza la pretesa di avere risposte esaurienti, anzi, a ciascuno di questi "perché?" non farà riscontro una risposta verbale, ma…una persona anch'essa crocifissa: Cristo! L'abisso del dolore umano chiama e tocca l'altro abisso, quello del dolore divino (cf Sl 41,8).

            Che lezione ci viene da questa grandiosa verità! Ai continui “perché?” che ci riguardano in prima persona, cominceremo ad accostare altri “perché? che non riusciremo a tacitare:

-    perché anche Lui ha sofferto, quando poteva evitarlo?

-    perché ha accettato di andare in croce e di morirci sopra?

-    perché non si è concesso alcun beneficio per alleviare Se stesso, quando ha liberato, consolato, guarito, ri-suscitato altri?          

Ci ritroviamo nello stesso stato d'animo di uno dei due ladroni crocifissi insieme a Cristo sul Golgota (cf Lc 23,39)!

Non il mondo, dunque, ma Dio - che nel Figlio è morto per nostro amore - ci può consolare, può ridarci speranza, fortificarci nella fede, nel nostro essere cristiani, può rinvigorire le volontà infiacchite, risvegliare ben altri e alti ideali.

Sì, è il Figlio di Dio a realizzare questo stupendo e consolante piano di salvezza attraverso un suo atto di filiale obbedienza e infinito amore al Padre a favore degli uomini, che riconosce e abbraccia quali suoi fratelli: perdonati, salvati, consolati.

Il mondo ci butta a terra... Dio solo - se noi lo vogliamo - ci rialza, ci solleva dal pantano, ci rimette in cammino. Come dubitare di fronte a queste assicurazioni?:

                            Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino.

                            Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano (Sl 36,23-24).

                            Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto (Sl 144,14).

                                      Il Signore rialza chi è caduto (Sl 145,8).

            Sempre vero e attuale il versetto conclusivo del Salmo 138, a mio giudizio, il migliore dell'intero salterio:

Signore, vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita (v. 24).

            Questo versetto è una delle più brevi ed efficaci suppliche che rivolgiamo a Dio, una formidabile preghiera di liberazione dalle forze del male che ci attanagliano di continuo.

            A Cristo, però, non è bastato aver offerto la vita per noi suoi amici. Non pienamente soddisfatto, ha compiuto qualcosa di ben più inaudito: risorto da morte, asceso al cielo, dove è andato a prepararci un posto (cf Gv 14,2), per non lasciarci orfani qui in terra ha escogitato il modo di restare con noi - a nostra consolazione - fino alla fine del mondo (cf Mt 28,20) istituendo la Chiesa e i Sacramenti. Dopo il Battesimo, di vitale importanza sono:

-    il Sacramento dell'Eucaristia, in cui si fa Lui stesso nutrimento quotidiano per la nostra fame e sete spirituali di ogni giorno;

-    il Sacramento della Cresima, in cui veniamo arricchiti dei sette doni dello Spinto Santo;

-    il Sacramento del Perdono, in cui siamo riaccolti e consolati dal Suo abbraccio misericordioso!

            È così che la Grazia ci segue passo passo e ci ottiene la conversione: frutto meraviglioso di quella consolante e operosa presenza di Dio in noi che realmente guarisce le ferite del peccato, e noi “consolati” gustiamo di nuovo quel benessere interiore che ci fa perseveranti nel bene.

           Oltre ai Sacramenti, il Signore ci concede ancora altri doni consolatori: la sua Parola di vita, Maria, sua purissima Madre, la Chiesa "suo corpo mistico" anch'essa Madre e Maestra, la protezione degli Angeli e dei Santi: autentici soccorritori e validi consolatori, ai quali Dio Padre ci ha affidati. Uniti a loro possiamo portare a termine il cammino terreno, che vediamo sempre insidiato dal male, come dimostrano le parole che Dio rivolse al serpente nel paradiso terrestre:

                                      Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe:

                                      questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gn 3,15).

            Il Sacramento della Penitenza, in modo particolare, ci libera dall'amarezza del peccato e ci offre la consolazione del perdono di Dio in tutta la magnanimità e la gratuità della sua misericordia.

            Al riguardo ecco un'altra citazione del libro “Perdono e pace”:

                Nel sacramento della confessione il Cristo stesso è il reale sacerdote e confessore; nella sua capacità di medico divino, Egli perdona i peccati, fa scorrere la grazia nelle anime, cancella anche le tracce dei peccati passati e ci da una garanzia di grazie attuali, per le lotte future (p. 17).

            Certamente e necessario da parte nostra un'abbondante dose di umiltà per inginocchiarci davanti a un Suo ministro e confessare le nostre infedeltà, ma come è solenne e liberatorio il momento in cui egli, uomo e peccatore come gli altri fratelli, nel nome e con il potere che Cristo gli ha conferito, stende le mani sul nostro capo e con un segno di croce pronuncia quelle "davvero tanto consolanti" parole: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, va in pace!”.

            Eppure è un Sacramento molto in crisi! A pensare che farebbe utilmente evitare tante prolungate e costose sedute psicologiche, mai pienamente in grado di ridonare la pace perduta e la necessaria consolazione per affrontare il presente e l'avvenire! Così, infatti, si esprime uno psichiatra protestante nel citato libro:

                La gente viene qui a frotte e paga straordinarie somme di denaro per tentare di avere ciò che la Chiesa da per niente (p. 22). ... Il fondatore della Chiesa Cattolica, la Chiesa dalla quale alla fin fine tutte le altre Chiese derivano, conosceva quanto il genere umano avesse bisogno di pace per la mente e per il cuore e le istituzioni che oggi si vanno cercando per sollevare la dolorante umanità era già stata istituita da Lui, gratuita e senza complicazioni (p. 23).

            Verissimo! Gesù è il primo Psicologo che conosce il cuore umano in modo unico e sa curare i malesseri che lo affliggono costantemente. Per questo ha pensato bene di proporre una Sua terapia istituendo il Sacramento della Penitenza o, come viene diversamente definito, il Sacramento del Perdono, della Riconciliazione, della Confessione. Lì veniamo a tutti gli effetti "consolati", riabilitati, rimessi a nuovo!

Resta pur vero che a volte nelle pieghe interiori dell'animo umano si annidano tali e tante complessità da richiedere anche l'intervento dello psicologo o dello psichiatra, ma la priorità e la fiducia massima va data a quell'aiuto spirituale che la Madre Chiesa offre, grazie al mandato ricevuto dall'Alto di legare e di sciogliere (cf Mt 16.19).

            Una componente che caratterizza l'esistenza, soprattutto nei momenti più sofferti, è il pianto, che troviamo anche nel Salterio tra le tante altre tematiche, cui fa eco quell'altra umanissima e "sconsolata" domanda:...fino a quando, Signore?”; un esempio:

L’anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando…? (Sl 6,4).

            Il brevissimo Salmo 12, poi, la ripete per ben quattro volte.

            Mentre da una parte il pianto rivela tutta l'umana desolazione e sfinitezza, dall'altra è una preghiera sublime che raggiunge più in fretta il cuore di Dio.

Rispettando i vari contesti in cui si manifestano le lacrime, ecco alcuni versetti salmici:

Salmo    6:   Sono stremato dai lunghi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto.

                   I miei occhi si consumano nel dolore (vv. 7-8).

Salmo   30:   Abbi pietà di me, Signore, sono nell'affanno,

                   per il pianto si struggono i miei occhi, la mia anima, le mie viscere (v. 10).

Salmo   41:   Le lacrime sono mio pane giorno e notte (v. 4).

                         Dirò a Dio, mia difesa: «Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado oppresso dal nemico?».

                   Per l'insulto dei miei avversari sono infrante le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: «Dov'è il tuo Dio?» (vv. 10-11).

Salmo  79:   Signore, tu ci nutri con pane di lacrime, ci fai bere lacrime in abbondanza (v. 6).

Salmo 101: Di cenere mi nutro come di pane, alla mia bevanda mescolo il pianto (v. 10).

Salmo 118:   Io piango nella tristezza: sollevami secondo la tua promessa (v. 28).

                         Sono stanco di soffrire, Signore, dammi vita secondo la tua parola (v. 107).



          Dio sempre ascolta gli insistenti gridi dell'anima, espressi anche solo con le lacrime, e interviene consolando:

Salmo   17:   Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio:

                   dal suo tempio ascoltò la mia voce, al suo orecchio pervenne il mio grido (v. 7).

Salmo   29:   Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito (v. 3).

                         Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia (v. 6).

                         Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia (v. 12).

Salmo   38:   Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime (v. 13).

Salmo   41:   Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?

                   Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio (v. 12).

Salmo   54:   Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno (v. 23).

Salmo   55:   Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli, non sono forse scritte nel tuo libro? (v.  9).

Salmo   80:   Hai gridato a me nell'angoscia e io ti ho liberato (v. 8).

Salmo   93:   Quand’ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato  (v. 19).

Salmo 114:   Mi opprimevano tristezza e angoscia e ho invocato il nome del Signore (v. 3).

Salmo 141:   Ritorna, anima mia, alla tua pace, poiché il Signore ti ha beneficato;

                   egli mi ha sottratto dalla morte, ha liberato i miei occhi dalle lacrime (vv. 7-8).

            Con cuore tutto materno Dio consola i suoi figli che ricorrono a Lui con cuore sincero ed essi - solo perché così consolati - possono consolare i fratelli che chiedono aiuto.

            Quanto è vero, allora, l'inno paolino sulla consolazione:

                                         Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

                               Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,

                               il quale ci consola in ogni nostra tribolazione

                               perché possiamo consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione

                               con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2 Cor 1,3-4).

Suor Josefa priora Benedettine

CENTRALITÀ DI CRISTO

NELLA VITA DELL’ OBLAT0



          La centralità di Cristo è stata la volontà del Padre; di questa volontà Cristo si è nutrito:

“Mio cibo é fare la volontà del Padre" (Gv 4,34).

          Essa lo ha “mandato” a far conoscere agli uomini l’amore paterno e materno del Padre, del Quale è Figlio. Quindi, Cristo è:

      - il missionario del Padre;

      -  l’annunciatore e donatore dell’amore misericordioso del Padre;

      - é “uno” con il Padre nell’amore che è lo Spirito Santo;

      - fratello degli uomini, anch’essi - per adozione - figli del Padre.

          Cristo sulla terra ha compiuto tale missione fino alle estreme conseguenze, in quante gli uomini non gli hanno creduto e lo hanno eliminato con la morte più ignominiosa: la crocefissione.

          E Lui come ha risposto a tanta ingratitudine?

          Non solo ha abbracciato l’atroce realtà, ma l’ha resa espressione concreta della volontà del Padre che é amore che perdona, amore che salva.

          Il cristiano, il monaco; l’oblato al centro della propria vita pongono Cristo.

          Anch’essi, perciò, hanno a cuore il compimento della volontà del Padre, del Quale - in Cristo e nello Spirito Santo - si sentono figli.

          Anch’essi sono “mandati" ad annunciare e testimoniare la comunione di amore con la Santissima Trinità e con i propri simili.

          Scoprono in questa “consegna" la ragione della "chiamata" all’esistenza prima e alla sequela poi, così che con S. Paolo possono dire:

“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

          Col tempo comprendono sempre più il perché e il fine della propria vita; pertanto non se ne appropriano arbitrariamente; ma in assoluta libertà aderiscono al disegno divino su di essi e, per loro tramite, su quanti entrano a far parte del loro esistere.

          Intravedono che l’adesione alla volontà di Dio permette alla propria personalità umana, spirituale, intellettiva, affettiva, morale di svilupparsi ed esprimersi.



          Se l’Amore mi ha voluta, mi ha forgiata e definita secondo un compito preciso da svolgere, se da sempre ha pensato dove porre il mio tassello nell’immenso mosaico della creazione e della redenzione; dandogli una forma e un colore unici e irripetibili, non devo far altro che fidarmi, chiedere luce per vedere e grazia per attuare, una volta intravista, la missione affidatami.

          È solo ponendomi in cordiale sintonia di volere con Dio che renderà possibile il fare della vita, ricevuta in dono, un libero dono di amore a Lui e ai fratelli.

          Quando - monaco o oblato e cristiano - ho compreso quanto Dio è vivo e operante in me nel ruolo di iniziatore e provvido Benefattore, allora posso anch’io mettere in moto quanto sono e quanto ho affinché trovi compimento il suo progetto su di me.

          Non si tratta affatto di sentirmi svuotata di qualsiasi personale espressione, quanto di credere che la mia vera riuscita è determinata dalla volontà di lasciar agire in me la volontà di Dio, il Quale conosce il meglio per me, trovando il modo di appagare quegli stessi desideri, aspirazioni e tendenze, di cui mi ha dotata.

          Il mio fare - come monaco, oblato o cristiano - diviene, allora; un fiducioso lasciarLo fare, man mano che mi offre nuove grazie, mi propone nuove chiamate, nuovi percorsi di fede.

          In amicizia con Dio cammino sulla via maestra; da sola, invece, tutto va in confusione, i principi saltano, i valori sovvertiti e facilmente posso smarrire la via della vita, della gioia, della santità.

          Perché ciò non accada, nella sua provvidente bontà Dio mi offre gli strumenti utili per il viaggio di ritorno a Lui:

          - la rivelazione di Sé nelle Sacre Scritture, soprattutto il Vangelo;

          - la Regola;

          - i Superiori;

          - i fratelli;

          - i doveri inerenti allo stato abbracciato;

          - gli eventi gioiosi e dolorosi della vita da accogliere alla luce del Mistero pasquale di Cristo.

          Nei momenti di prova, dubbi, tentazioni potrò porre domande vere, essenziali ed ottenere puntualmente altrettante risposte vere ed essenziali nel rispetto di quel mistero in cui tutto è calato e si va compiendo.

          Il mio mistero non vaga nell’incerto, nel non-senso, ma è inserito nel mistero di Cristo: centro unificatore della mia vita.

          Certamente la vita non è iniziata da quando ne ho preso coscienza, ma è da quando ne ho preso coscienza che la vedo in Dio, la vivo con Dio, la dono a Dio!

          L’amore di Dio per me e l’indegno, impari amore mio per Lui si saldano, si sposano, si unificano; le due volontà si fondono, le due libertà si abbracciano.

          Per tutti e per ciascuno si può realizzare:

-     quel “correre con cuore dilatato e con ineffabile dolcezza di amore” (Prologo RB, 49) sulle vie di Dio, che il Figlio ha segnato ricalcando le vie degli uomini;

-     quel condividere con i fratelli la “ricerca delle cose di lassù, non quelle della terra” (cf Col 3,1);

      quel “bramare con tutte le forze la patria eterna” (cf RB 4,46) tra le vicissitudini terrene, imitando Cristo “con il nostro mite patire ” (Prologo RB 49).

Tutto parte da Cristo e tutto è ricondotto a Cristo.
Suor Josefa priora Benedettine