LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE - III^ PARTE

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Solo allora torna il sereno nel cuore e nella mente e soprattutto si comprende la fedeltà di Dio che è sempre vicino ad ogni uomo: Ascolta sempre la preghiera del povero, di chi ha il cuore ferito, e salva gli spiriti affranti (Sl 33,19), ma esaudisce in piena sovranità e libertà.

Come già non rimase sordo al grido degli israeliti schiavi in Egitto e volle scendere per liberarli e condurli verso la terra promessa (cf Es 3,7-8), così pure non rimane sordo a nessun’altro gemito proponendo in modi diversi il suo: prendi e magia.

Elia, comunque, si predispone col sonno fisico a quello mortale che ha invocato. Dio viene e interviene: lo scuote da quel pigro torpore e gli comanda per due volte:

Alzati, e mangia. Cioè, Prendi, mangia il cibo che ti tiene in vita... e cammina, perché hai ancora tanta strada da fare; la tua vita non ha concluso il suo corso, la sua missione, soltanto quando Io dirò “basta” allora anche per te “sarà tutto compiuto” (Cf Gv 19,30) e allora all'Amen finale seguirà l'Alleluia eterno!

Su mangia, perché troppo lungo per te è il cammino.

Al modesto “perché” di Elia che lo porta a desiderare di morire, gli sta ora davanti il “perché” di Dio; al “basta”, suggerito dall'umana paura, fronteggia l'incoraggiante “ancora” di Dio.

Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Quando l'uomo - da poveraccio qual è - invoca a modo suo la morte, che vede però solo liberante e non trasformante, quando ai propri o altrui occhi si prospetta la fallimentare visione di sé e della vita, per Dio è invece il momento di “svegliarlo dal sonno” perché si rimetta in piedi...e cammini. Non solo! Gli procura il cibo dei forti: l'Eucaristia: Lui stesso, il Verbo eterno fatto carne in un preciso momento storico per farsi poi pane per la fame dell'uomo di ogni tempo.

Dio può essere abbandonato, ma Lui non abbandona nessuno. In Cristo, suo Figlio, si è fatto compagno di viaggio. A chi accoglie il suo amore di predilezione propone la sua sequela per divenire missionario della Buona Novella del Regno. A tutti, in risposta ai disperati ed incoscienti sos di morte, fa giungere il suo corroborante comando di sicura salvezza:

Alzati e mangia. Prendete e mangiate.... prendete e bevete (Mt 26,26-27). Chi ha sete, venga a me (Gv 7,27). Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò (Mt 11,28).

Allora ognuno di noi con San Paolo può dire:

Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù (Fil 3,14).

Dichiara infatti con quella franchezza che sempre lo caratterizza: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21), perché sa di essere stato afferrato da Cristo ed altro non desidera che raggiungerlo e conquistarlo a sua volta (cfr. Fil 3,9).

Questo ardente Apostolo di Cristo fa anche una curiosa riflessione:

Sono messo alle strette da queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga (Fil 1,23-24).

Dello stesso parere è San Martino, Vescovo di Tours, la cui serena fortezza e bonarietà sono messe in luce in alcune antifone della Liturgia delle Ore:

- Signore, se sono ancora utile al tuo popolo, non rifiuto la fatica, sia fatta la tua volontà.

- O uomo meraviglioso! Non lo vinse la fatica, ne lo sgomentò la morte; non ha temuto di morire, non ha rifiutato di vivere.

Ha imitato Cristo che affermò: Mio cibo è fare la volontà del Padre (Gv 4,34): dall'accettare di prendere un corpo (nascere) all'accettare che venisse offerto (morire) per la salvezza dei fratelli. Cibo di cui anche noi, rincuorati dall'esempio suo e dei santi, dobbiamo nutrirci, perché

«sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14,8b).

Suor Josefa - Priora Benedettina

I NEMICI DELLA CROCE DI CRISTO


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E’ di questi giorni la notizia allucinante di un insegnante di un istituto tecnico di Lecco che è salito su una scala ed ha tolto il crocifisso in capo alla porta che dava accesso al laboratorio e l’ha gettata nel cestino. Solo che la porta era stata lasciata aperta dall’insegnante e alcuni studenti che passavano hanno assistito alla ripugnante scena e hanno avvisato il preside. Il crocifisso è ritornato al suo posto ed il professore ha dovuto mettere le scuse per iscritto. Nella Lettera ai Filippesi (3, 18), San Paolo parla "dei nemici della croce di Cristo". Non si tratta qui degli avversari della fede cristiana e dei persecutore dei discepoli di Cristo e della Chiesa. Il punto di vista di San Paolo è di denunciare l’opposizione fatta nel mondo alla croce di Cristo, al suo insegnamento di penitenza, all’appello di Gesù : "Se qualcuno vuole seguirmi rinneghi se stesso, porti la sua croce e mi segua". Questa "croce di Cristo", prototipo di ogni croce umana, della "(nostra) croce", incontra "(dei nemici)" in degli uomini "che vanno per il loro cammino", avendo fatto, secondo la forte espressione di San Paolo, "loro dio il ventre. Essi si vantano di cose di cui dovrebbero arrossire, essi non amano che le cose materiali, che la terra". Crapulatori di ogni categoria, vittime della triplice concupiscenza, l’orgoglio, la lussuria, la frenesia di sembrare, ecco l’assemblea numerosa intorno ai beni puramente terrestri, uomini di danaro, di piacere, degli assetati di onori, di tutti i vantaggi di questo mondo e veramente in inimicizia dichiarata o silenziosa ma reale con "la croce di Gesù". Poveri uomini ! Povero mondo ! La vita soprannaturale ed anche la vita spirituale, semplicemente, senza che sia esaltata fin al piano specificatamente divino del soprannaturale, hanno bisogno d’ideale e comportano un’indispensabile rinuncia. Il compimento puro e semplice del dovere non va senza abnegazione, senza trionfo sul proprio egoismo, dalle radici e dalle spinte multiple. Dal dovere che è un obbligo stretto fin all’eroismo della virtù, della giustizia rigorosa senza la quale noi priviamo Dio ed il prossimo di quello che noi dobbiamo loro rispettivamente fino al dono totale di sé nella santità eroica e lo zelo totale, vi sono tutti i gradi e tutte le sfumature, ma, alla base ed al vertice, la croce è il segno della vita conforme alla volontà di Dio, al bene del prossimo ed alla società umana. Se vi fosse maggiormente il culto della croce nello spirito e nel cuore degli uomini, vi sarebbero meno miserie, concezioni folli e criminali ! Senza l’esaltazione della croce nell’anima degli uomini e nel mondo contemporaneo, non si dissiperà l’atmosfera pesante e coperta di nubi sempre pronte ad esplodere in piogge devastatrici e rovinose per la pace e la felicità umane. "La croce di Cristo", "stendardo" della Redenzione, del popolo di Dio, di ogni uomo sensibile e comprensivo davanti a questo segno della più grande e della più fraterna assemblea umana !

don Marcello Stanzione - Pontifex

LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE - II^ PARTE

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Non si tratta, come per altri, di farla finita per non aver più da soffrire o da subire, e cominciare con la morte a “stare in pace” una volta per sempre, perché questo è un modo insensato di allontanare Dio dalla propria esistenza, escludendolo persino dall'ultimo orizzonte. La verità è che, pur vivendo, la fede è già morta, quindi si vive già in quel buio interiore che attraverso il gesto estremo si vuole eternizzare.

Il soffrire, cioè, non è mai stato elevato in preghiera, in umile implorazione di aiuto a Dio, non solo come ha fatto Elia, ma anche Ezechia, re di Giuda. Questi, colpito da una malattia mortale, quando si vide predetta dal profeta Isaia la fine imminente tanto pianse e tanto pregò il Signore che fu esaudito ottenendo una dilazione di tempo di altri quindici anni! (cfr. Is 38,1-5).

Altre due figure bibliche sono prese dallo stesso sconforto di Elia e invocano la morte. Sono Tobi, il quale, oltre a soffrire per la cecità, viene pesantemente umiliato dai rimproveri ironici della moglie. Si rivolge allora a Dio sfogando la propria amarezza:

«Ora, Signore, ricordati di me e guardami… Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa che io parta verso l’eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia e così non sentirmi più insultare!». (Tb 3,3.6).

Contemporaneamente una giovane, Sara, loro parente, prova un’angoscia mortale per gli umilianti insulti che una serva non le risparmia:

«“Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere. Perché vuoi battere noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non abbiamo mai a vedere né figlio né figlia”. In quel giorno dunque essa soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l’intenzione di impiccarsi. Ma tornando a riflettere pensava: “…Farò meglio a non impiccarmi e a supplicare il Signore che mi sia concesso di morire, in modo da non sentire più insulti nella mia vita”».

E afflitta prega:

«“Ora a te alzo la faccia e gli occhi. Di’ che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti... Io sono l’unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti”.

In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio e fu mandato Raffaele a guarire i due» (3,8-17).

Le sofferenze morali di Tobi e Sara rivelano quanto facilmente si può far soffrire una persona bersagliata senza pietà di insulti, calunnie, sospetti spesso infondati, che possono portare a desiderare la morte. Quanto male può causare la lingua, ce lo ricorda S. Giacomo nella sua lettera:

Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (3,3-6).

Chi subisce simili ingiustizie ha motivi per soffrire, ma se è credente riesce a farsi consigliare dal Salmo 54:

Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno, mai permetterà che il giusto vacilli

(v. 23).


Suor Josefa - Priora Benedettina