SIGNORE INSEGNACI
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI° - 6 gennaio 2009
Cari fratelli e sorelle!
Oggi, Solennità dell’Epifania, la grande luce che irradia dalla Grotta di Betlemme, attraverso i Magi provenienti da Oriente, inonda l’intera umanità. La prima lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia, e il brano del Vangelo di Matteo, che abbiamo poc’anzi ascoltato, pongono l’una accanto all'altro la promessa e il suo adempimento, in quella particolare tensione che si riscontra quando si leggono di seguito brani dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ecco apparire davanti a noi la splendida visione del profeta Isaia il quale, dopo le umiliazioni subite dal popolo di Israele da parte delle potenze di questo mondo, vede il momento in cui la grande luce di Dio, apparentemente senza potere e incapace di proteggere il suo popolo, sorgerà su tutta la terra, così che i re delle nazioni si inchineranno di fronte a lui, verranno da tutti i confini della terra e deporranno ai suoi piedi i loro tesori più preziosi. E il cuore del popolo fremerà di gioia.
Rispetto a tale visione, quella che ci presenta l’evangelista Matteo appare povera e dimessa: ci sembra impossibile riconoscervi l’adempimento delle parole del profeta Isaia. Infatti, arrivano a Betlemme non i potenti e i re della terra, ma dei Magi, personaggi sconosciuti, forse visti con sospetto, in ogni caso non degni di particolare attenzione. Gli abitanti di Gerusalemme sono informati dell'accaduto, ma non ritengono necessario scomodarsi, e neppure a Betlemme sembra che ci sia qualcuno che si curi della nascita di questo Bambino, chiamato dai Magi Re dei Giudei, o di questi uomini venuti dall’Oriente che vanno a farGli visita. Poco dopo, infatti, quando il re Erode farà capire chi effettivamente detiene il potere costringendo la Sacra Famiglia a fuggire in Egitto e offrendo una prova della sua crudeltà con la strage degli innocenti (cfr Mt 2,13-18), l'episodio dei Magi sembra essere cancellato e dimenticato.E’, quindi, comprensibile che il cuore e l'anima dei credenti di tutti i secoli siano attratti più dalla visione del profeta che non dal sobrio racconto dell'evangelista, come attestano anche le rappresentazioni di questa visita nei nostri presepi, dove appaiono i cammelli, i dromedari, i re potenti di questo mondo che si inginocchiano davanti al Bambino e depongono ai suoi piedi i loro doni in scrigni preziosi. Ma occorre prestare maggiore attenzione a ciò che i due testi ci comunicano.
In realtà, che cosa ha visto Isaia con il suo sguardo profetico? In un solo momento, egli scorge una realtà destinata a segnare tutta la storia. Ma anche l’evento che Matteo ci narra non è un breve episodio trascurabile, che si chiude con il ritorno frettoloso dei Magi nelle proprie terre. Al contrario, è un inizio. Quei personaggi provenienti dall'Oriente non sono gli ultimi, ma i primi della grande processione di coloro che, attraverso tutte le epoche della storia, sanno riconoscere il messaggio della stella, sanno camminare sulle strade indicate dalla Sacra Scrittura e sanno trovare, così, Colui che apparentemente è debole e fragile, ma che, invece, ha il potere di donare la gioia più grande e più profonda al cuore dell’uomo. In Lui, infatti, si manifesta la realtà stupenda che Dio ci conosce e ci è vicino, che la sua grandezza e potenza non si esprimono nella logica del mondo, ma nella logica di un bambino inerme, la cui forza è solo quella dell’amore che si affida a noi. Nel cammino della storia, ci sono sempre persone che vengono illuminate dalla luce della stella, che trovano la strada e giungono a Lui. Tutte vivono, ciascuna a proprio modo, l’esperienza stessa dei Magi.
Essi hanno portato oro, incenso e mirra. Non sono certamente doni che rispondono a necessità primarie o quotidiane. In quel momento la Sacra Famiglia avrebbe certamente avuto molto più bisogno di qualcosa di diverso dall’incenso e dalla mirra, e neppure l'oro poteva esserle immediatamente utile. Ma questi doni hanno un significato profondo: sono un atto di giustizia. Infatti, secondo la mentalità vigente a quel tempo in Oriente, rappresentano il riconoscimento di una persona come Dio e Re: sono, cioè, un atto di sottomissione. Vogliono dire che da quel momento i donatori appartengono al sovrano e riconoscono la sua autorità. La conseguenza che ne deriva è immediata. I Magi non possono più proseguire per la loro strada, non possono più tornare da Erode, non possono più essere alleati con quel sovrano potente e crudele. Sono stati condotti per sempre sulla strada del Bambino, quella che farà loro trascurare i grandi e i potenti di questo mondo e li porterà a Colui che ci aspetta fra i poveri, la strada dell'amore che solo può trasformare il mondo.
Non soltanto, quindi, i Magi si sono messi in cammino, ma da quel loro atto ha avuto inizio qualcosa di nuovo, è stata tracciata una nuova strada, è scesa sul mondo una nuova luce che non si è spenta. La visione del profeta si realizza: quella luce non può più essere ignorata nel mondo: gli uomini si muoveranno verso quel Bambino e saranno illuminati dalla gioia che solo Lui sa donare. La luce di Betlemme continua a risplendere in tutto il mondo. A quanti l’hanno accolta Sant’Agostino ricorda: “Anche noi, riconoscendo Cristo nostro re e sacerdote morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro, incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una via diversa da quella per la quale siamo venuti” (Sermo 202. In Epiphania Domini, 3,4).
Se dunque leggiamo assieme la promessa del profeta Isaia e il suo compimento nel Vangelo di Matteo nel grande contesto di tutta la storia, appare evidente che ciò che ci viene detto, e che nel presepio cerchiamo di riprodurre, non è un sogno e neppure un vano gioco di sensazioni e di emozioni, prive di vigore e di realtà, ma è la Verità che s'irradia nel mondo, anche se Erode sembra sempre essere più forte e quel Bambino sembra poter essere ricacciato tra coloro che non hanno importanza, o addirittura calpestato. Ma solamente in quel Bambino si manifesta la forza di Dio, che raduna gli uomini di tutti i secoli, perché sotto la sua signoria percorrano la strada dell’amore, che trasfigura il mondo. Tuttavia, anche se i pochi di Betlemme sono diventati molti, i credenti in Gesù Cristo sembrano essere sempre pochi. Molti hanno visto la stella, ma solo pochi ne hanno capito il messaggio. Gli studiosi della Scrittura del tempo di Gesù conoscevano perfettamente la parola di Dio. Erano in grado di dire senza alcuna difficoltà che cosa si poteva trovare in essa circa il luogo in cui il Messia sarebbe nato, ma, come dice sant'Agostino: “è successo loro come le pietre miliari (che indicano la strada): mentre hanno dato indicazioni ai viandanti in cammino, essi sono rimasti inerti e immobili” (Sermo 199. In Epiphania Domini, 1,2).
Possiamo allora chiederci: qual è la ragione per cui alcuni vedono e trovano e altri no? Che cosa apre gli occhi e il cuore? Che cosa manca a coloro che restano indifferenti, a coloro che indicano la strada ma non si muovono? Possiamo rispondere: la troppa sicurezza in se stessi, la pretesa di conoscere perfettamente la realtà, la presunzione di avere già formulato un giudizio definitivo sulle cose rendono chiusi ed insensibili i loro cuori alla novità di Dio. Sono sicuri dell’idea che si sono fatti del mondo e non si lasciano più sconvolgere nell'intimo dall'avventura di un Dio che li vuole incontrare. Ripongono la loro fiducia più in se stessi che in Lui e non ritengono possibile che Dio sia tanto grande da potersi fare piccolo, da potersi davvero avvicinare a noi.
Alla fine, quello che manca è l'umiltà autentica, che sa sottomettersi a ciò che è più grande, ma anche il coraggio autentico, che porta a credere a ciò che è veramente grande, anche se si manifesta in un Bambino inerme. Manca la capacità evangelica di essere bambini nel cuore, di stupirsi, e di uscire da sé per incamminarsi sulla strada che indica la stella, la strada di Dio. Il Signore però ha il potere di renderci capaci di vedere e di salvarci. Vogliamo, allora, chiedere a Lui di darci un cuore saggio e innocente, che ci consenta di vedere la stella della sua misericordia, di incamminarci sulla sua strada, per trovarlo ed essere inondati dalla grande luce e dalla vera gioia che egli ha portato in questo mondo. Amen!
ANDIAMO CON ... CHIARA E FRANCESCO
Un nuovo anno!
Nuove prospettive all'orizzonte, auguriamo dal profondo del cuore che queste possano realizzarsi per tutti! L'anno appena trascorso ha visto e accompagnato questa crisi mondiale che penalizza i deboli, senza nessuna distinzione, il debole è debole, qualunque sia la sua condizione sociale, non ultima quella della perdita dei posti di lavoro, di chi non può permettersi di fare la spesa, non di arrivare alla terza settimana, i figli, la casa; gli ultimi: chi è in mezzo alle guerre, gli emarginati, più di tutti però una preghiera particolare per i bambini "soli", malati, usati, gli ultimi nella scala sociale, quella scala che in questi giorni ai primi gradini vede chi ha "la mangiatoia bassa" ma in basso non guarda mai,
è faticoso, non è conveniente! Se è per farmi veder allora sì!
Quella mangiatoia dove lo stesso Francesco pose a Greccio, il bambinello!
Ma a quanto pare poco insegna.
E come non vedere questa società che è lesta ad inviare col proprio telefonino i due euro , così almeno la coscienza è tranquilla, oltretutto oggi si fa così, no? Un terremoto, un'alluvione, la raccolta per il cancro e via così: ho fatto una buona azione! Quanta ipocrisia! Ma non è lo stesso uomo, che al semaforo manda a quel paese un bambino sfruttato e malato che è li per un centesimo?
E' un fastidio che non si può sopportare. L'uomo !
Il gruppo Apostoli della Divina Tenerezza oltre agli auguri per un sereno 2010, augura che la Tenerezza di Dio entri con prepotenza nei cuori di chi può muovere le cose, di chi non parla solo per il fiato ma siano conseguenza i fatti concreti.
Vogliamo inoltre ricordare che la sera del primo giorno dell'anno
sul 1° canale Rai, è in onda il film:
Chiara e Francesco
Un'occasione per chi non conosce e per chi può e vuole approfondire della vita e opere di due grandi personaggi che Dio ci ha donato.
Affidiamo a Chiara e Francesco con umiltà le nostre preghiere affinchè la società possa ritrovare nella loro luce, la buona strada.
Auguri !
LA VITA HA UN FINE NON UNA FINE - IV^ PARTE
Ho iniziato con Elia e la sua accorata preghiera: Prendi, Signore, la mia vita, concludo affiancandogli il venerando Simeone, il quale, dopo che i suoi occhi ormai stanchi hanno potuto vedere la Salvezza d'Israele, rivolge a Dio la pacata implorazione:
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola (Lc 2,29).
È la preghiera di un sereno vegliardo che verso la fine della vita vede premiata la sua forte fede ed esaudita la sua speranza messianica.
Questi medesimi sentimenti sono ben espressi da un’altra grande figura di donna cristiana, Monica. Dialogando col figlio Agostino “convertito”, confida:
Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c'era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire.
Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? (Conf. Libro IX).
Per il vero cristiano tutto diviene preghiera, anche la morte, quando sa fidarsi e affidarsi a Dio Padre. Gli santi non solo hanno desiderato morire per essere con Cristo, ma addirittura ad alcuni è stato concesso di conoscere il proprio “dies natalis”!
C'è quindi modo e modo di sospirare quel giorno, certo liberante, ma soprattutto determinante perché, esaudite ed esaurite la fede e la speranza, ci fisseremo nell'amore trinitario. Allora non ci sarà più lamento, pianto, lutto (cf Ap 21,4b), ma unicamente gioia e pace senza fine.
Un giorno arriverà anche per noi la morte, e se avremo combattuto la buona battaglia e conservato la fede, ci attenderà la corona della gloria (cf 2Tm 4,7).
Cosa significherà morire?
Non altro che un nascere, un venire alla luce, dopo la travagliata gestazione terrena. Vita perciò non senza sbocco, disperatamente voluta stroncare prima del tempo fissato, intendendo porre la parola fine solo perché non si è saputo credere nel suo fine e fatto dipendere da Dio il “basta!”.
Nascere, vivere, morire rientrano nel piano di amore di Dio e quindi nel mistero stesso di Dio, che l'uomo deve solo ammirare e rispettare, tanto più quando è chiamato a dare la propria cosciente, gioiosa e responsabile collaborazione, mentre va facendo sue le meravigliose espressioni del Salmo 138:
Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.
…vedi se percorro una via di menzogna (di morte)
e guidami sulla via della vita (13-16.24).
Prendi e mangia è l'invito che Dio rivolgerà fino alla fine dei tempi, finché sulla terra ci sarà un vivente. Ogni giorno mangia il pane quotidiano per il sostentamento in questa vita e mangia il pane eucaristico per la vita eterna.
Così l'Eucaristia, dopo averci aiutato a “stare in piedi” o a “rimetterci in piedi” per tutto il cammino terreno, ci sosterrà anche sull'ultimo tratto di salita all'Oreb, che - a suo tempo - raggiungeremo - la Casa del Padre, il Regno dei cieli - accolti dal Signore che ci farà sedere alla sua mensa e passerà a servirci (cf Lc 12,37) e sarà festa per sempre!
Suor Josefa - Priora Benedettina